Del mangiarsi le unghie e del grattarsi le palle

Rosi Braidotti scrive che “le abitudini sono socialmente imposte.” A volte è chiaro che un comportamento possa avere un particolare significato politico, come ad esempio quando ci si lamenta del fatto di essere diventati soggetti passivi dipendenti dalla televisione. Ma che dire, invece, di quei comportamenti che non sembrano perseguire alcuno scopo politico, sociale o culturale? Che dire del mangiarsi le unghie e del grattarsi le palle?

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In questi casi, il soggetto ricava un piacere che non ha ‘valore’ e che, anzi, potrebbe danneggiarlo (potrebbe essere doloroso o anche fatale, come nel caso dell’uomo trovato morto di recente per essersi mangiato le mani). Come dicono i Linkin Park in Breaking the habit, l’abitudine è spesso vista come un esempio di auto-distruzione; “mi sto facendo di nuovo a pezzi” (una frase particolarmente adatta per quello sfortunato mangia-unghie).

Questo tipo di piacere richiede la continua ripetizione di processi che non hanno uno ‘scopo’ ma che ciononostante producono del piacere indefinibile (ciò che Lacan definiva ‘godimento’ – un piacere senza valore d’uso). Se queste abitudini implicano del godimento allora esse sono socialmente inutili e prive di finalità sociali.

Freud vede in queste abitudini un esempio del nostro fallimento nell’aderire alle aspettative che la società ha su di noi. Per Freud mangiarsi le unghie è sintomo di una fissazione orale, un desiderio di rimpiazzare le funzioni orali dell’infanzia (come succhiare il seno materno) con altri atti orali (mangiarsi le unghie). Ciò dimostra il fallimento del soggetto nel diventare un adulto indipendente. Comunemente, la nostra concezione di queste abitudini è proprio che esse siano infantili (specialmente se si pensa al succhiarsi il pollice). Dunque, l’abitudine rappresenterebbe il fallimento della crescita. Può essere anche vista come rifiuto delle aspettative sociali; rifiuto di rinunciare ad un piacere che è ritenuto sgradevole dalla società come succhiarsi il pollice o grattarsi le palle in pubblico.

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D’altra parte, il racconto  La ripetizione di Søren Kierkegaard definisce la ripetizione in un modo che rovescia l’idea di abitudine come fallimento nell’aderire alle aspettative sociali. Nel testo, la ripetizione è ciò che da un’identità stabile nel tempo a qualcosa; se facciamo continuamente qualcosa, questa diventa parte di noi. Questa considerazione sulle abitudini  differisce da quella di Freud perché la ripetizione abituale non è la sovversione di uno sviluppo altrimenti organizzato e stabile del soggetto; piuttosto, le abitudini ripetitive sono il modo normale in cui il soggetto si sviluppa e si costruisce, ripetendo modelli comportamentali che ci rendano riconoscibili. Questo è esattamente ciò che noi ‘dovremmo fare’ per diventare dei soggetti coerenti, senza troppe inconsistenze ed ambiguità, facili da organizzare e da regolare.

Nel suo affascinante studio intitolato On habit, Clare Carlisle scrive: “noi diciamo di qualcuno che agisce per abitudine, ma questa disposizione o tendenza continua ad esistere anche quando l’abitudine non è esercitata?” Le parole chiave quando pensiamo alle abitudine potrebbe essere queste due: disposizione e tendenza. Quando diciamo che agiamo per abitudine intendiamo che c’è qualcosa oltre le nostre azioni, probabilmente una disposizione (parola che va intesa sia come inclinazione che come indole e che crea un importante collegamento tra le due cose) o forse una tendenza indicando con questa parola che i comportamenti vengono da un impulso naturale. Tornando a Kierkegaard: ciò che vogliamo fare attraverso le nostre abitudini è costruire una continuità di tendenza. Sia a livello interiore che naturale siamo inclini ad atti che sono la nostra stessa tendenza, una parte di noi che ci accompagnerà per tutta la vita. Anche queste abitudini, allora, possono perseguire l’ordine sociale.

Dunque, le abitudini hanno sempre uno scopo. Altro che indicatori di soggetti sbilanciati: le abitudini servono a produrre bilanciamento. Esse dimostrano che  al di là di tutti i cambiamenti che ci riguardano c’è una continuità nella soggettività con tendenze naturali difficilmente controllabili. Essere strettamente legati alle nostre abitudini  ci impedisce di capire quanto siamo instabili e in mutamento, dandoci la confortevole sensazione che alcuni dei nostri desideri siano rimasti invariati dall’infanzia. Su questo, Freud potrebbe aver sbagliato.

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