I Rammstein sono fascisti o postmoderni?

Nel suo ultimo film, The Pervert’s Guide to Ideology, Slavoj affronta la questione del collegamento tra i Rammstein e il fascismo di cui si parla da quando è nata la band nel 1994. Il ripetuto utilizzo da parte del gruppo di un militarismo filonazista e, più nello specifico, i loro riferimenti a materiali come il film Olimpia di Leni Riefenstahl, girato durante le Olimpiadi di Berlino del ’38, li hanno spesso portati all’accusa di fascismo.

L’argomentazione di Žižek, come al solito, è che questo giudizio deve essere totalmente capovolto. Per Žižek, lungi dall’essere dei filonazisti, i Rammstein ridicolizzano il nazismo perché ci permettono di entrare nella sua struttura emozionale e nel modo in cui esso suscita in noi una frenesia violenta, ma applicando ciò a qualcosa di totalmente diverso dal nazismo. Oltre a mostrarci il meccanismo essenziale del nazismo, ciò sovverte la sua pretesa di muovere le nostre emozioni per una grande causa o per qualcosa del genere; i Rammstein, infatti, dimostrano che il nostro coinvolgimento emotivo può dipendere da qualunque cosa, anche da una semplice band tedesca come la loro. Per Žižek, quindi, ‘il modo per combattere il nazismo è di usufruire di questi elementi, sospendendo l’orizzonte semantico nazista e indebolendo il nazismo dall’interno.

Si tratta di un’interpretazione che vede i Rammstein come qualcosa di curiosamente postmoderno. La band utilizza e sbeffeggia uno stile, mostrandoci come in esso non ci sia niente di unico. Frederic Jameson descrive il postmodernismo come lo stile che scardina le precedenti certezze ‘in modo unico e personale, inconfondibile come le tue impronte digitali.‘ Parodiando gli altri stili, il postmodernismo vuole dimostrare che tutto è imitazione, ripetizione, citazione e che niente è individuale, unico e originale. I Rammstein, allora, imitando il nazismo, dimostrando che non c’è niente di unico o essenziale in esso. La più famosa definizione di postmodernismo è quella di Jean-François Lyotard, che scrive che la condizione postmoderna è ‘l’incredulità verso le metanarrazioni.‘ Il fascismo, probabilmente insieme alla religione, è l’ultimo esempio di metanarrazione ed è stato discusso in questi termini da molti sociologi. Una metanarrazione è qualcosa che avanza delle presunte verità, prova a spiegare le cose, a fissarsi e ad apparire ‘giusta’ o ‘naturale’, ed è questo ciò che il postmodernismo deride.

Dunque – sarebbe questo a distinguere i Rammstein dal fascismo? Il loro postmodernismo è davvero una critica al fascismo che distrugge la metanarrazione nazista mostrando come non ci sia nulla dietro la sua certezza di risvegliare le nostre emozioni tramite la sua causa?

Probabile. Affermando che non c’è niente oltre a questi processi emozionali che ci investono, dimostrando che le emozioni possono dirigersi verso qualunque cosa ed essere utilizzate per ogni fine, si arriva ad essere increduli verso metanarrazioni quali il fascismo e la religione, che sostengono che ci sia qualcosa  di essenzialmente giusto o vero per il solo fatto che ci hanno coinvolto emotivamente. Ma questa tesi comporta dei rischi. Essa, infatti, promuove una visione del mondo in cui c’è poco o niente oltre a ciò cui ci affezioniamo. Se è così, allora dovremmo chiederci: non è questo lo stesso mondo – quello in cui non abbiamo niente a cui ancorare le nostre certezze – da cui emerge il fascismo stesso?

In definitiva, c’è qualcosa di fascista nel postmodernismo, sebbene le due categorie vengano spesso opposte. Il lavoro di Jameson esprime il pericolo di promuovere una cultura in cui non si può ‘credere’ in nulla e di promuovere un mondo in cui siamo certi che il ‘significato’ sia solo apparenza. Mentre le metanarrazioni costituiscono un chiaro problema, ciò che Jameson vedeva, al contrario di Lyotard, era che ‘l’incredulità alle metanarrazioni non solo viene dopo il fascismo (come reazione ad esso) ma anche prima di esso (come sua causa).‘ Il mondo in cui si sostiene che la vita sia frantumata e che in essa non ci sia più niente a cui credere è lo stesso in cui si può credere a qualunque cosa, anche ad un gruppo metal come i Rammstein. Abbiamo comprato 35 milioni di copie dei loro album e partecipato ai loro concerti, ci siamo ricoperti di tatuaggi per loro, definendoci tramite loro. Almeno in questo senso, i Rammstein sono un sintomo della nostra cultura, piuttosto che una sua critica. Questo è il mondo in cui viviamo, un mondo postmoderno che non solo è decisamente incredulo verso il fascismo ma che corre anche il rischio di ricaderci.

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