Boschi verticali e orti alti

Sono stato a Milano solo una volta, nel 2014. Ero sempre stato molto curioso rispetto a questa città, costantemente annoverata tra le capitali globali della moda e della cultura. Appena uscito dalla stazione Porta Garibaldi, il mio sguardo veniva immediatamente colpito dal cosiddetto “Bosco verticale”.

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Due grattacieli di lusso, nuovi di zecca, sui cui balconi trovano spazio più di 15.000 piante e 900 alberi. Mi informo e scopro che il costo al mq si aggira tra i 7.000 e i 9.000 euro: roba da ricchi. Il complesso architettonico è stato insignito di svariati premi internazionali ed è attualmente considerato “il grattacielo più bello del mondo“. Oltre alla sua particolare estetica, per di più mutevole in base alle stagioni, a motivare questo record di cui godono le due torri meneghine sono l’ “innovatività” e la “sostenibilità” del progetto: le piante, infatti, sono integrate alla struttura e, svolgendo le loro funzioni naturali  (dall’attenuamento dell’inquinamento acustico alla produzione di ossigeno, passando per l’incremento della biodiversità), contribuiscono ad una trasformazione qualitativa dell’ambiente urbano. Certo, si tratta di un progetto ambizioso, ben riuscito e giustamente premiato. Tuttavia, un investimento di 40 milioni di euro (questo il costo della costruzione delle due torri) finalizzato a riprodurre artificialmente delle condizioni naturali – che, in quanto tali, sono pubbliche e gratuite (dal parco cittadino ai boschi veri, quelli orizzontali)  – richiede, per la sua buona riuscita, un indottrinamento di massa che è esemplificato dalla recente retorica economica incentrata proprio sulle parole “innovazione” e “sostenibilità”. Vediamo un altro esempio.

Da qualche tempo la TIM presenta su Rai2 un programma intitolato “#start16. La vita a portata di app”. Come si può intuire facilmente, non si tratta che di una lunga pubblicità per startup, quelle aziende “giovani e innovative”che da qualche anno sono al centro di un discorso economico che non sa più cosa inventarsi per legittimare la sua continua e consustanziale crisi. La struttura del programma è molto semplice: ci sono due conduttori (F. M., un comico che non fa più ridere, e F. R., the voice of The Voice of Italy) che con uno sketch introduttivo sollevano un problema, “un’esigenza di vita quotidiana”come dicono loro, che ancora non può essere soddisfatta.  Ma una seducente voce femminile fuori campo ci comunica che, grazie alle nuove tecnologie, “il sapere di uno diventa il sapere di milioni di persone”. Segue quindi l’intervista ad un imprenditore che, come un deus ex machina, ha la soluzione al problema pronta da pubblicizzare e da vendere. Infine, la vetrinizzazione del prodotto o del servizio in questione. Tutto ciò mentre sullo schermo scorre quasi ininterrotto un flusso di immagini che presenta una Milano ipermoderna, quasi futurista, dall’architettura leggera e colorata di verde che trasmette una sensazione di sostenibilità e di attenzione per l’ambiente. #Start16 dura solo 25 minuti, ma sono minuti ben spesi perché in essi si palesano tutte quelle “pseduo-giustificazioni pubblicitarie” di valori d’uso che, come diceva Guy Debord già nel 1967, “devono ora essere proclamati esplicitamente”: il risultato è un prodotto televisivo altamente tragicomico che, tuttavia, evidenzia in maniera magistrale le attuali tendenze del capitalismo e le sue contraddizioni.

Nella puntata del 27 aprile 2016 , uno dei due conduttori, dopo aver letto il Siddhartha di Hesse, si trasforma in un guru naturalista che, dal suo appartamento in stile feng shui nel centro di Milano, predica via Skype la necessità di ritornare alla terra, di ritrovare il contatto con la natura. Ecco allora che arriva la soluzione tramite una startup: l’imprenditrice intervistata ci dice che la sua nuova azienda si occupa di creare degli orticelli sui tetti dei palazzi. Siamo tornati allo spirito del Bosco verticale o, meglio, alla sua versione povera, più democratica ed economicamente accessibile. Come in ogni intervista fatta per questo programma, non è difficile notare l’imbarazzo che trapela dalle espressioni facciali, dal linguaggio e dalle movenze dei conduttori e degli imprenditori. Imbarazzo  dovuto non tanto alle telecamere quanto alla intima consapevolezza di vendere e pubblicizzare prodotti che non servono a nessuno se non a qualche entusiastica vittima della pubblicità: puro valore di scambio che, in quanto tale, richiede l’induzione – a volte faticosa, forzata ed imbarazzante – di pseudo-bisogni. Dopo l’intervista – che, come sempre, ripete l’ossessivo mantra della “sostenibilità” e dell’ “innovazione”, ma anche della “condivisione” e delle “soluzioni facili a problemi complessi” – le telecamere ci portano sul tetto del palazzo dove c’è un piccolo orto in cui il conduttore siddharthiano può finalmente “ricongiungersi alla natura”.

Il “bosco verticale” e l’ “orto alto” sono due facce della stessa medaglia. O meglio, due facce di un poliedro sul quale troviamo tante cose, dagli agriturismi alle vacanze alle Maldive passando per i documentari di National Geographic. Ad accomunare tutto ciò è l’utilizzo della natura e delle sue rappresentazioni come valore aggiunto alla produzione capitalista. Il dominio umano sul mondo naturale, obiettivo legittimo e conseguito dopo millenni di “civilizzazione”, si è tradotto sempre più velocemente nella creazione di un mondo sintetico, artificiale e asettico in cui la natura non esiste più se non come parodia di se stessa o come eccezione. Soddisfatti i bisogni individuali e sociali della sopravvivenza, in Occidente la natura è stata trasformata da fonte diretta di valori di uso in fonte indiretta di valore di scambio. Tuttavia, se i 20 giorni alle Maldive o il pranzo in agriturismo costituiscono esperienze dal sapore capitalistico,  si tratta pur sempre di consumi che richiedono di “alzare i tacchi” e andare incontro alla natura, per quanto civilizzata e capitalizzata.

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“Innovazioni sostenibili” quali i grattacieli verdi, invece, attestano un nuovo e diverso processo. Il capitale non è più esclusivamente interessato a portare i membri della sua società verso una natura addomesticata e produttiva: il suo nuovo obiettivo è, al contrario, quello di portare una pietosa copia artificiale della natura direttamente da essi, a casa loro, attraverso la rielaborazione ambientalista dei piani urbanistici ed architettonici. I principi che Debord rintraccia nella società spettacolare, separazione e isolamento, si compiono così in grado assoluto: il risultato è un mondo in cui ogni individuo può avere un proprio mondo in miniatura (lo smartphone connesso a internet è proprio questo: un mondo bidimensionale nel palmo della mano), adesso comprensivo di una minima e ridicola parte di natura. Ma soprattutto, tutto ciò ha un costo economico, ambientale ed umano che non è affatto conciliabile con la parola “sostenibilità”, intesa nel suo senso più autentico. Quanto costa e (soprattutto) quanto inquina il processo attraverso cui più di 15.000 piante sono state portate su un grattacielo? È un meccanismo senza senso. Ecco allora che tutto il discorso ambientalista istituzionale – quello implicito nei riconoscimenti internazionali del Bosco verticale, nei 25 minuti di #start16, nei fiori disegnati sul codice a barre di un prodotto e in una miriade di altre manifestazioni qui non elencabili – rivela la sua essenza: provare a legittimare una produzione che, basandosi esclusivamente sull’accumulazione insensata ed incessante di valore di scambio, non è conciliabile né con una vera tutela dell’ambiente né con un genuino benessere della popolazione.

 

[Stefano Oricchio]

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