La cattiva riuscita de “La buona uscita”

Nella cifra riscossa al botteghino da “La buona uscita” non dovrebbero
mancare i miei 4 euro. Una Napoli che noi del pubblico non abbiamo
ancora visto si presenta ai miei occhi dalle 22e30 di venerdì 6
maggio, il giorno dopo l’uscita nelle sale. L’affluenza è discreta:
siamo quelli del tempo libero in un cinema il venerdì sera, per
intenderci. E gli M&M’s battono i pop corn.

La proiezione degli spot, che, nel tempo, hanno saputo scalzare i
cinegiornali, e il film ha inizio. Quando noto la presenza della
Direzione Cinema Mibact tra i titoli iniziali mi metto comodo: il
cinema di stato sarà sicuramente profetico. Mi viene in mente il
nostro ultimo film da oscar, che pure c’ha lo zampino partenopeo –
vedi il richiamo a diego armando maradona; la struttura del titolo
(Articolo + Aggettivo + Sostantivo) sembra reggere. Et voilà. Si
presenta nella semplificazione dei mezzi e con la forza della
sceneggiatura. Infatti il dispositivo si regge tutto su una narrazione
di cui il montaggio rappresenta un accessorio. Il sonoro vuole essere
fedele a quanto accade intorno. Il migliore attore è il non
protagonista – lo sposo di lei – nella sua naturalezza.

La trama

Ecco cosa vi manca: la trama. Ruota intorno al legame tra A e B,
giocherelloni la cui partita sta per prendere esiti diversi. Lui se ne
va davvero con la buona uscita; lei resta sposata della sua
solitudine. Lui è di quelli che, mangiando sempre, dovrebbero
ricordare i protagonisti della grande abbuffata di Marco Ferreri. Lei
è di quelle attrici che dopo la Vitti incontra nuovamente un ostile
Macaluso sulla sua strada. Il restante dei personaggi finge di
interagire con gli altri. Mi perdoni il lettore se non mi dilungo; il
film termina con lei che in riva al mare balla con un conosciuto da
poco avvocato sposato con figli una milonga composta dal regista
stesso, dopo aver consumato un rapporto sessuale.

Napoli

La scelta di girare in una Napoli piovosa riporta in primo piano
l’elemento dell’acqua che ricorre costantemente, legandosi
strettamente al tema principale del film che è la libertà. La libertà
ostaggio di una classe sociale ostaggio della propria libertà. Questo
il gioco delle contraddizioni che dovrebbe andare in scena in un
cinema che prova a relazionarsi col teatro, a giocare con la maschera,
l’onirico, la commedia umana.

La cattiva uscita - Copiaj

 

Dalla Buona scuola di Renzi alla Buona uscita di Iannaccone il passo è breve. Così breve che sulla locandina del film in questione c’è il lungomare di Bagnoli, dove il Buon governo nazional-regionale si gioca la sua partita.

 I luoghi

I luoghi in cui si muove sono quelli della memoria comune e
collettiva, dal parco virgiliano – sulla cui fontana indugia l’occhio
della cinepresa – all’edenlandia – il parco giochi dello scambio di
denaro della valigetta Samsonite chiaramente vuota – fino all’angolo
di mondo dove prende vita la tradizione napoletana in tutta la sua
fervente unicità, la passione di Sofì di via Toledo lasciata libera
alle riprese cinematografiche. Il richiamo ad Antonioni è in quei
pochi e brevi fotogrammi che fanno da inserto alle sequenze narrative.
Gli interni sono spesi tra automobili o barche, case private più o
meno belle, alberghi e gallerie d’arte.  L’architettura di vetro gioca
un ruolo importante, calata nella sua attrattiva panoramica.

Gli attori sono tutti piuttosto inadatti al cinema recitando come in
teatro davanti alla cinepresa; ad ogni modo, la loro presenza rafforza
la coerenza del dispositivo intessuto e disposto dal regista, che in
questa scelta ha riposto un uso psicologizzante dello strumento
cinema. I dialoghi sono serrati e ritmati, alle volte accompagnati dal
montaggio, altre volte in presa diretta sui dialoganti. La recitazione
resta da pianto nelle scene di pianto. Le comparse sono fiere di
comparire. Gli episodi spezza narrazione dovrebbero allegerirne la
visione, con quel pizzico di ironia che non guasta mai a chiamare in
causa il pubblico.
Il dispositivo è ben congegnato, quasi una bomba ad orologeria. Questo
ne accresce lo status di finzione, perché tende alla forzatura; non
scorre liscio, ma gli incastri appaiono così necessari da ritenersi
prevedibili. Ognuno interpreta la sua parte fino in fondo. In pratica,
tutto è finemente controllato. Ecco, forse questo è il punto. Il fatto
che non manchi niente, gli fa mancare qualcosa?
Ad onor del vero, i titoli di coda mi hanno stuzzicato al pari dei
titoli iniziali. Nel ringraziare l’autore molti autori della storia
del cinema, mi sono chiesto perché chiamarla in causa; la paura che in
gioco ci sia un rimando di autorità che restringe i possibili sviluppi
di un cinema fermo alla sua così recente storia.

Il circolo del cinema indipendente sembra aver già tracciato il
destino della sua generazione. I produttori del film, la Mad
Entertainment, auspicano un Iannaccone autore del domani. Se è quello
imminente, ci siamo. Sta preparando un altro film, stavolta sul tema
della televisione. Dello spettacolo. Lo prepara da Milano, dove vive.
Sono molto curioso. Andrò di sicuro a vederlo. Sempre che il costo del
biglietto non sia già aumentato.

Nota di fondo.

Consiglio la visione di questo film perché, oltre che artefatto
sapientemente lavorato, se inserito in una costellazione di film
affini, semmai sponsorizzati dal ministero, consegnano nelle mani del
pubblico una prospettiva già pacificata.

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