Divertimento: la nostra catena invisibile

Recensione di ‘Enjoying it: Candy Crush and Capitalism’ (A. Bown, Zer0 Books, 2015)

Mi è piaciuto il libro di Alfie Bown? A primo acchito sembra una domanda semplice. Ma approfondendola emerge una complessa analisi che spazia tra molteplici argomenti, dalla psicanalisi alla cultura, dal capitalismo a Football Manager. Ho letto questo libro durante il tragitto quotidiano verso il lavoro, in un periodo di passività mentale. Volevo qualcosa che mi stimolasse, che mi provocasse… e che mi divertisse. Enjoying it: Candy Crush and Capitalism ha soddisfatto queste aspettative ma forse dovrei contenere gli elogi…

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Impegnarsi nella critica intellettuale della società contemporanea è il compito di molti circoli radicali. Questa critica vorrebbe tradursi nella costruzione di un mondo più giusto e progredito. Dunque, quest’attività, questa critica, è considerata “produttiva”. Ma siamo sicuri che si tratti di un obiettivo davvero così diverso da quello, quasi impossibile, di firmare il record in una partita di Angry Birds? Cos’è che distingue le attività più conformiste da quelle più radicali?

Bown suggerisce che non c’è gran differenza tra le attività in sé, ma nella logica che le sottende. L’originale messaggio del libro consiste in una sfida alla contrapposizione ideologica tra divertimenti produttivi ed improduttivi. La tesi, infatti, è che questa contrapposizione permetta al capitalismo di sottomettere, ripensare e reincarnare i movimenti ed il pensiero radicale a suo favore. Si tratta di una difesa ideologica sovrastrutturale che sembra analoga al meccanismo di auto-correzione della struttura economica, ovvero alla crisi. Ma cosa c’entra il divertimento in tutto ciò? Ebbene, sarebbe proprio il divertimento il meccanismo ideologico di auto-correzione attraverso cui il capitalismo si protegge. I nostri divertimenti ed il modo in cui ne godiamo all’interno del capitalismo rinforzano inavvertitamente lo status quo.

Certi divertimenti sono considerati “distrazioni”, ma distrazioni da cosa? In quanto esseri umani, noi tutti attribuiamo significato e particolare rilevanza alle nostre esistenze. Purtroppo, però, questa voglia di  dare un senso alla vita può essere ostacolata dalla nostra occupazione, dal nostro lavoro. Ciò non sorprenderà, dal momento che spendiamo buona parte della giornata in una qualche attività lavorativa. Ecco allora che le distrazioni dal lavoro sono spesso additate come “improduttive”, come piaceri che ci distraggono dal nostro lavoro “produttivo”. Bown sostiene che in questo modo le distrazioni ed i piaceri fungono da bias cognitivo di conferma in grado di giustificare il valore attribuito alla carriera lavorativa: ordinare dei file in ordine alfabetico sarà sempre più importante che provare a battere il record del più recente gioco per smartphone. Prendiamo come esempio la famosa serie animata Rick and Morty, piena di tematiche esistenziali. Uno dei personaggi, Jerry, è presentato come un signor nessuno e viene considerato dal resto dei personaggi come un ignorante conformista. Una serie di segnali visivi rinforza questa impressione. Jerry ha spesso con sé un tablet con cui gioca ad un videogame in cui bisogna solo far scoppiare dei palloncini.

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Mentre Jerry gioca, gli altri lo sminuiscono per il fatto di non avere un lavoro. Tutto ciò porta il pubblico a volersi identificare con uno degli altri protagonisti, Rick ad esempio: uno scienziato geniale che esemplifica le qualità del superuomo nietzschiano, essendo in grado di plasmare il proprio destino e la propria identità. Pur non avendo un lavoro, le sue attività sono considerate “produttive”: i suoi divertimenti sono considerati legittimi ed interessanti. Ad ogni modo, la serie è molto attenta nel sottolineare l’insignificanza della vita rispetto ad ogni occasione. In un tale contesto, i divertimenti di Jerry sono davvero meno legittimi di quelli altrui? I giochi e le attività di svago fungono da strumenti ideologici volti a rinforzare la convinzione che i nostri lavori siano intrinsecamente utili. Il libro di Bown suggerisce che una più attenta indagine su questi svaghi rivela il messaggio opposto. Qualunque cosa noi facciamo sarà sempre insignificante ed inutile. Non c’è distinzione tra legittimo ed illegittimo, tra produttivo ed improduttivo, specialmente nel contesto lavorativo. Ad eccezion del fatto che i concetti di legittimità e produttività servono a sfruttarci economicamente e socialmente.

L’analisi di Bown è inquadrata in una simpatica e pertinente serie di case studies. Il punto focale, però, non è il divertimento in sé, ma l’egemonia culturale che circonda il concetto stesso di divertimento. Bown sostiene che le nostre istituzioni culturali, piuttosto che indirizzare direttamente la questione, facciano il giro largo. Corsi di studio come i David Beckham Studies lo dimostrano. Secondo Bown, la nostra società non impedisce gli svaghi; piuttosto, li permette e li asseconda in ogni loro forma. Riallacciandosi alla prospettiva filosofica di Slavoj Žižek, Bown smaschera i “divertimenti prescritti”. La società capitalista ha lo specifico compito di trovare del divertimento non solo in qualcosa di specifico e concreto ma “dappertutto, in qualunque cosa”. Ciò permette di alimentare il consumo nel mercato. Ma soprattutto, quest’aumento dell’offerta, unitamente all’imperativo del consumo, ha come implicazioni l’apatia e la paralisi politica. Bown, inoltre, contesta l’idea secondo cui i divertimenti sono esperienze “soggettive” ed intrinsecamente individuali. L’autore, piuttosto, sostiene che ciò di cui godiamo sia costruito estrinsecamente ed instillato in noi. Questa nebbia ideologica opera anche nello spirito economico ortodosso. L’attuale attività economica è presentata come qualcosa di innato, naturale e perfettamente umano. Questo modo di pensare ci conduce ad un vicolo cieco. Dal momento che i nostri desideri sono storicamente costanti, il nostro modello economico non deve cambiare.

È a questo proposito che il concetto di  Jouissance (“godimento”) può essere utile: esso viene esplorato attraverso due casi di studio, uno dei quali è il video musicale di Gangnam style. Il godimento è definito sia come piacere che come piacere trascendente. È quello stato di piacere in cui noi, in quanto individui, entriamo quando un’attività stupidamente piacevole è così intensa da diventare difficilmente sopportabile. Il godimento si distingue dai piaceri che ci vengono solitamente imposti. È un subdolo tabù, qualcosa che non si deve accettare. Bown pensa che la concezione sociale di ciò che è moralmente buono sia legata a ciò che è piacevole. È come se lo spettro dell’utilitarismo benthamiano ci ossessionasse ancora. Bown dice che un approccio realmente radicale dovrebbe abbandonare questa nostra idea di divertimento. È un argomento simile a quello presente nel film The pervert’s guide to ideology. Parafrasando Žižek: fuggire dall’ideologia è una lotta; c’è bisogno di un atto di testardaggine che ci allontani dolorosamente dal nostro zeitgeist.

Il libro sostiene che Gangnam style presenti delle tracce di questa rottura ideologica. Nel video musicale di Psy, l’autore della canzone, sembra che la logica di fondo sia quella narcisistica: Psy vuole semplicemente che “le donne lo adorino”. Bown, a questo punto, rigetta quella banale interpretazione psicoanalitica per cui qualunque azione ha una logica individualista nascosta. Bown rovescia il copione, sostenendo che logiche di questo tipo possano invece rivelare un’origine culturale collettiva. Dopotutto, il video è una parodica messinscena dello stile di vita trendy tipico di Gangnam, il distretto di Seoul. Il godimento che il pubblico prova guardando il video musicale potrebbe essere un riflesso delle intenzioni del suo autore. Qui, una più elaborata interpretazione psicoanalitica può aiutare a comprendere in che misura i nostri divertimenti siano determinati dalla nostra cultura. Di conseguenza, i divertimenti nella forma di godimento possono configurare una base di resistenza ideologica, nonostante la loro apparente funzione di approvazione.

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I pensatori radicali che criticano ed analizzano qualunque cosa sembrano conformarsi ad un certo stereotipo. È questo ciò a cui aspirare? Non secondo Bown! Provare a raggiungere un tale stereotipo può far cadere gli individui in una trappola ideologica. È la trappola dell’ “outsider radicale”, una costruzione individuale che può servire gli interessi del capitale. Non parliamo solo delle magliette di Che Guevara vendute per profitto, sebbene si tratti di una pertinente analogia economica. Gli outsider radicali credono che il pensiero radicale sia una loro tendenza individuale, e quindi originale, possibile solo per “pochi eletti”. Nel suo libro, Bown fa riferimento a diversi esperti di sociologia, psicologia e politica. Alcuni nomi sono più mainstream di altri. Forse Focault e Lacan non saranno degli sconosciuti, ma non ci si può aspettare che il lettore conosca ogni fonte citata. In una sorta di meta-passaggio, Bown parla del povero individuo che “non li capisce”. Lo stereotipo dell’outsider radicale detesta questo individuo. Fortunatamente, non è il caso di Bown. Coerentemente alla sua idea per cui la cultura e i divertimenti possono essere costruiti, Bown aiuta sia gli esperti che i novellini a pensare nuove idee. Come un chirurgo col suo bisturi, Bown intacca alcuni vecchi concetti e li relega allo studio patologico della nostra realtà. L’autore inoltre rassicura piacevolmente i lettori, me compreso, nel non preoccuparsi troppo di capire tutto immediatamente. Far parte del club di quelli che “ovviamente hanno capito” è una vecchia storia.

Bown sostiene che “possiamo godere solo di ciò di cui godiamo”. In questo modo, l’autore ci sta suggerendo di essere incapaci di fuggire dalla nostra ideologia o cultura, anche nel momento in cui vediamo i limiti che esse impongono. Ma questo non deve essere motivo di apatia. Dobbiamo sempre interrogarci su ciò di cui godiamo e perché. È questo il “discorso analitico” in grado di riconoscere che l’ideologia non plasma i nostri piaceri in maniera unidirezionale. Insieme possiamo dar forma ai nostri divertimenti. L’auto-consapevolezza è il primo passo verso ogni impresa radicale. Una lettura non benevola del libro di Bown concluderebbe che l’autore ignora gli elementi trans-storici dei nostri piaceri. Bown non menziona la psicologia evoluzionista né gli effetti dei neurotrasmettitori come la dopamina sulla mente. Pur non menzionandoli, è decisamente improbabile che Bown rigetti questi elementi. Piuttosto, li colloca in un contesto particolare: quello dell’economia capitalista. Potrebbe essere interessante un lavoro successivo volto a valutare i divertimenti in altre forme di società. Un’indagine antropologica sul divertimento nelle comunità non capitaliste risulterebbe illuminante. Ancor più controverso ma affascinante sarebbe un lavoro comparativo con l’Unione Sovietica, la società che aveva apparentemente rotto con la produzione capitalista.

Il piccolo libro di Bown è un tour de force tra numerose idee. Apparentemente semplice all’inizio, ma con molte tematiche complesse da approfondire a lungo. Il libro non è alienante ma accessibile e facile da leggere. È un trampolino ideale per ulteriori riflessioni ed indagini, una “droga di passaggio”. È questo a renderlo così piacevole… oh ops!

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Qui di seguito il testo originale in inglese della recensione:

Enjoyment: Our invisible chain


Review: Enjoying It: Candy Crush and Capitalism

Did I enjoy reading Alfie Bown’s book? Seems like a simple question at first. However delving into this question reveals a complex analysis spanning multiple topics including psychoanalysis, culture, capitalism and Football Manager. I read the book on my commute, between mind numbing periods of passivity. I wanted something to stimulate me, to challenge me… but also something to enjoy. “Enjoying It: Candy Crush and Capitalism” delivers on all accounts but perhaps I should hold the praise….

Engaging in intellectual critiques of current society is par for the course in many radical circles. This critique would hopefully come to fruition via the construction of a more just and progressive society. Hence such activity, such critique, is considered “productive”. Surely it is a far cry from theSisyphean goal of achieving the highest score in a game of Angry Birds? What distinguishes the most conforming, from the most radical of activities? Bown suggests that there is not much difference in the activity itself, but in the rationale behind it. The book’s unique message challenges the ideological divide between productive and unproductive enjoyments. Indeed it posits that such divides help capitalism subdue, re-purpose and reincarnate radical movements and thoughts for it’s own purposes. This super-structural ideological defence seems analogous to the self-correcting mechanism of the economic base: crisis. Still, how does enjoyment factor into this all? Well, it may well be the self-correcting ideological mechanism by which capitalism protects itself. Our enjoyments and how we engage in them within capitalism inadvertently reinforce the status quo.

Certain enjoyments are considered “distracting”, but distracting from what? As human beings, we all prescribe deep meaning and relevance to our lives. Unfortunately this longing for meaning can become entangled with our current form of employment, our jobs. Perhaps this is unsurprising, considering we spend the majority of our daylight hours within some form of employment. Hence distractions from this work are often framed as “unproductive” even if they are enjoyments. They distract us from our jobs and our “productive” work. Bown suggests this is how enjoyable distractions serve as a confirmation bias that the meaning prescribed to a job career is justified. Stacking files alphabetically will always be more important than the trivial pursuit of high scores in the latest mobile app. To illustrate consider the cartoon hit “Rick and Morty”, a show heavy with existential themes. One character, “Jerry”, is portrayed as an everyday nobody and regarded by the rest of the characters as a conforming ignoramus. A striking visual aid is utilised to further this idea. Jerry is often shown holding an electronic tablet playing a game in which one simply pops balloons. While Jerry plays his game, he is often belittled for not having a job. As the audience watches they may wish to emulate one of the other protagonists such as Rick. He is the genius scientist who exemplifies the Übermensch qualities of forging one’s own identity and destiny. While he also does not have a job, his activities are considered “productive”. More so than this, Rick’s enjoyments are considered to be legitimate and purposeful. However the show is very keen to point out the inherent meaninglessness of life at every opportunity. In such an environment, are Jerry’s enjoyments any less legitimate than anyone else’s? Distracting and illegitimate games and activities serve as ideological tools to reinforce the notion that our jobs are something intrinsic and purposeful. Bown’s book suggests that closer inspection of these enjoyments reveals the opposite message.Whatever we do is ultimately meaningless and purposeless. There is no distinction between the legitimate and the illegitimate, the productive and unproductive, especially in the context of employment. Except that the former serves interests out to exploit us economically and socially.

Bown’s analysis is framed by his own humorous and relatable case studies. Yet the focus is on not what is enjoyed per se but the cultural hegemony surrounding the very concept of enjoyment. He points out that our intellectual institutions do not address this abstract concept directly but skirt around the periphery. Courses such as “David Beckham Studies” are only serve as case studies in themselves. Bown does not suggest that our society restricts enjoyments; rather that it permits all and every form of enjoyment. Via referencing the philosophical sensation Slavoj Žižek, Bown unmasks this “prescribed enjoyment”. Capitalist society has the implicit command to find enjoyment in not something tangible and specific but “anything and everything”.This of course fuelsfurther consumption within the market. However more importantly the constant barrage of consumerchoice with the unspecific command to consume helps fuel political paralysis and apathy. Bown also challenges the idea that enjoyments are “subjective” creations, which are individualistically intrinsic. He states that this ideology masks the fact that what we enjoy is not intrinsic but constructed and instilled in us extrinsically. This ideological smokescreen is paralleled in orthodox economic philosophy. Current economic activity is often framed as something intrinsic, perhaps natural, to all of humanity. This thought process leads us to an evolutionary, or revolutionary, dead-end. Since our wants and needs are constant throughout history, our economic model need never change.

This is where the concept of Jouissance may be useful. It is explored using two case studies, one of which is the music video sensation Gangnam style. Jouissance is both defined as pleasure and transcending pleasure. It is the state of pleasure we as individuals enter when a mindlessly pleasurable activity is so intense that it becomes painful to bear. It is distinguished from the pleasures we are typically commanded to enjoy. In fact it is underhandedly taboo and forbidden to acknowledge. Bown thinks that society’s conception of what is morally good is tied to what is pleasurable. It seems the spectre of Bentham’s “utilitarianism” haunts us still. Bown says that a truly radical approach must ditch this approach to our enjoyments. This is similar to one of the ideas contained within the movie “Pervert’s guide to ideology”. To paraphrase Slavoj Zizek: escaping ideology is a struggle; there must be a wilful act that painfully forces you to transcend the zeitgeist of the time.

The book claims Gangnam style offers hints of this break with ideology. Psy, the creator seems to have a narcissistic rational behind the music videos creation: he simply wants the “ladies to love him”. Yet Bown rejects the naïve psychoanalytic interpretation that all acts have individualist undertones to them. Bown flips the script and instead suggests such rationales may hide a collective cultural origin. Afterall the video is both a parody and mimicry of the trendy lifestyle within the Gangnam district of Seoul. The Jouissance audiences feel when watching the music video may be a reflection of the influences upon the creator. Hence a more nuanced psychoanalysiscan help reveal that our enjoyments are framed by our culture. In this way, enjoyments in the form of Jouissance may form a foundation for resistance to ideology, despite the superficialendorsement.

Radical thinkers who critique and over analyse everything appear to conform to a certain stereotype. Is this something to aspire to? Not according to Bown! Trying to attain such a stereotype can lead individuals into an ideological trap. This is the trap of the “radical outsider”, an individual construction that may again serve the interests of capital. This is not merely Che shirts being sold for profit, though it is an apt economic analogy. The radical outsider posits the notion that radical thinking is a unique disposition, open only to a select “chosen few”. Throughout the book, Bown references various sociology, psychology and political experts. Some names are more “mainstream” than others. Perhaps Foucault and Lacan are not unheard of however it is unreasonable to expect a reader to know each and every referenced source. Bown in a rather meta-passage discusses the poor individual who just “doesn’t get it”. The stereotype of the radical outsider abhors this individual. Luckily for us, Bown does not. True to his idea that cultures and enjoyments can be constructed, he helps construct new ideas in the minds of both experts and novices. Like a surgeon wielding a scalpel Bown picks apart the core ideas and presents them up for the pathological study of our society. He also pleasantly reassures any reader, including myself, not to worry too much about getting it all at once. Being part of the club that“naturally gets it” seems to entail being part of “more of the same”.

Bown does state: “We can only enjoy what we enjoy”. He is hinting at us being unable to escape our ideology or culture, even when we recognise the boundaries set by them. Yet this is no cause for apathy. We should always actively question what we enjoy and why. This is the “analyst discourse” which recognises that ideology does not shape our enjoyments in a unidirectional way. Collectively, we can also shape our enjoyments. Self-awareness is the first step in any radical venture. An uncharitable reading of Bown’s book may conclude that he is ignoring trans-historical elements to our enjoyment. He does not mention evolutionary psychology or the effects of neurotransmitters such as dopamine upon the brain. Yet even while unmentioned, it would be highly unlikely that he is rejecting these elements. Instead he is framing them within a particular context: that of a capitalist economy. It would be interesting if a follow-up work were to look into enjoyments in other forms of society. An anthropological investigation into how non-capitalist communities partake in enjoyment would be enlightening. More controversially, a comparative work about the Soviet Union, a society that supposedly broke off with capitalist production, would also be fascinating.

Bown’s small book is a tour de force of various ideas. Deceptively simple at first, yet with enough complex threads to follow up for a long time yet. The book is not alienating but accessible and easy to read. It is the ideal springboard for further reflection and investigation, a gate-way drug. That is what made it so enjoyable… Oh, whoops?

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