A proposito di Gomorra, arte e analisi politica

Dal mio punto di vista chi si occupa di politica e società (giornalisti, commentatori, politici e chiunque ami dibattere sulle questioni pubbliche) si dovrebbe attenere ad una serie di regole che hanno a che fare col passato e con il presente, con lo specifico e con i dati di fatto e infine con l’analisi.
Chi fa arte, invece, si occupa del futuro, del generale ed infine della sintesi.
Entrambi hanno responsabilità sociali quando affermano qualcosa e non dovrebbero sfuggire a queste responsabilità.
Cercherò di chiarire le mie idee con degli esempi. Sono alcuni anni che seguo la questione energetica/ecologica/finanziaria e il suo impatto sociale. Seguo i principali esperti mondiali di questioni petrolifere, cerco di documentarmi da fonti attendibili e ne parlo con gli amici de visu e sui social. In parallelo sto elaborando un progetto artistico con un amico in cui si immaginano scenari futuri alquanto catastrofici dovuti al collasso sociale in seguito ad un’implosione finanziaria a sua volta determinata da un collasso energetico.
In entrambi i casi parto dalle stesse fonti, uso le stesse teste (la mia e quella del mio amico). Eppure l’approccio alle due forme di comunicazione è molto diverso.
Nel primo caso cerco di esporre le questioni in modo analitico, basandomi sui dati in mio possesso (il passato ed il presente) ed effettuo una critica sociale ad un modello di sviluppo che a mio avvisto può portare alla catastrofe. Accenno agli effetti a breve termine di questo modello (dissipazione di risorse, finanziarizzazione dell’economia, deflazione salariale, cambiamenti tangibili nell’agricoltura determinati da cambiamenti climatici, etc etc). Ma se stiamo parlando in chiave politica (analitica) difficilmente vi dirò di chiudervi in casa con una scorta di scatolette di fagioli e un fucile in attesa del collasso. Non lo dico perché penso che dobbiamo lottare affinché uno scenario del genere non si avveri seppur ci troviamo in presenza di segnali inquietanti; ma sopratutto so bene che la Storia, come sommatoria di eventi prodotti dagli uomini, è un processo caotico, non deterministico e come tale pieno di punti di singolarità non prevedibili sulla base di un modello scientifico o econometrico.
Nell’operazione artistica invece il discorso è capovolto, pur non essendo meno “vero” del discorso politico. Uno scenario catastrofico è uno scenario possibile, ed è uno scenario che deriva dalla sintesi di un gran numero di comportamenti che definiamo società. L’opera d’arte è politica nella misura in cui ti dà una panoramica sintetica del presente e ti prospetta uno scenario ed una evoluzione possibile. In questo senso esiste una “licenza poetica”. Tale licenza non è una autorizzazione a falsificare il presente ed il passato e a fare voli pindarici senza né capo né coda sul futuro. L’opera d’arte DEVE essere onesta riguardo al presente e al passato. Ripensate a Jules Verne o ad Orwell che osservano le rispettive società, ripensate a Caravaggio nelle Sette Opere di Misericordia. Nessuna falsificazione nell’analisi del presente. La loro opera è una sintesi del presente ed un’offerta (piacevole o meno) di prospettiva futura, una visione su un possibile scenario, sia esso di progresso o un terribile incubo. “Petrolio” di Pasolini è l’opera che più mi ha colpito in tal senso, un misto di analisi sociopolitica della situazione italiana presente e passata (dal dopoguerra agli anni ‘70) mescolata ad allucinazioni che altro non sono che uno scenario futuro possibile. La cosa terribile è che in quel caso le allucinazioni si sono realizzate nella concretezza delle nostre vite mezzo secolo dopo. Stessa cosa per la poesia “Ali dagli occhi azzurri” che ha descritto nel dettaglio gli sbarchi in Europa di questi anni. Pasolini era un artista e come tale un profeta. E purtroppo per noi ci ha azzeccato. Eppure, se lo si fosse ascoltato quando era “solo” un artista non ci saremmo trovati oggi a discuterne come di un analista politico attuale a cui era stata donata una palla di cristallo mezzo secolo fa.
Bene, detto questo, cosa c’entra Saviano? Come tutti sanno, lo scrittore è un esperto di questioni di camorra. Ha seguito i principali processi giudiziari, ha analizzato le dinamiche economiche del fenomeno, ne ha tratteggiato le inquietanti connessioni con la società “sana” e ne ha dato una sintesi sociologica che coinvolge l’intera società in cui il fenomeno sussiste. Ma come ha comunicato tutto questo? Io il problema lo vedo tutto qui.
Quando ha scritto Gomorra, era un analista politico/sociale/economico o era un artista che faceva una sintesi del presente? Saviano ha mescolato i due piani mischiando analisi e dati di partenza con una comunicazione sintetica (artistica) che offre, seppur implicitamente, un congelamento del presente per poter prospettare uno scenario futuro.
Questa è, dal mio punto di vista, una cosa da non fare MAI. Perché si traduce in una confusione in cui non si distingue l’analisi dalla sintesi, producendo risultati falsi e grotteschi. Il falso si produce quando un certo modello sociale/economico (quello camorristico) viene ridotto a dei comportamenti sociali e individuali stereotipati come i personaggi di un fumetto scadente. Il problema era presente già nel libro “Gomorra” dove non si capisce mai il punto in cui la fiction (la sintesi) si sovrappone all’analisi. Eppure ho apprezzato il libro, perché nonostante il problema, ha avuto il merito di portare all’attenzione generale una serie di temi che i “veri” (sigh) commentatori (o meglio, i loro editori) avrebbero dovuto far emergere molto prima.
Dopo il libro ho apprezzato (nonostante sia presente lo stesso problema) anche il film di Garrone. Ma poi, a mio avviso, si sarebbe dovuto fare un po di chiarezza. La mancanza di chiarezza nella distinzione degli approcci comunicativi ha prodotto dei disastri sia nei commenti politici di Saviano sui giornali sia nella serie televisiva “Gomorra”.
Affermare che Londra è la città più mafiosa del mondo o che nella giunta di De Magistris ci sono esponenti del terrorismo islamico palestinese significa abdicare contemporaneamente sia alla correttezza dell’analisi sia ai fondamenti della sintesi. A farla breve: si dicono un sacco di cazzate. E’ chiaro che Saviano faceva riferimento all’enorme riciclaggio di danaro che si fa a Londra tramite le banche offshore, ma il modo scandalistico in cui ha fatto uscire sui giornali queste affermazioni esulano completamente dalla correttezza dell’analisi per scadere nel titolone di “The Sun” o di “Novella 2000”. La stragrande maggioranza delle persone che ignora il fenomeno offshore si sarà probabilmente immaginata una città di persone impegnate a contare i soldi del narcotraffico come si vede nei film di Al Capone. E questo non contribuisce affatto a fare buona informazione, anzi, rende il fenomeno ridicolo e oscura la verità. Non parliamo poi dei terroristi al Comune di Napoli … sembra di leggere un post del peggiore Matteo Salvini.
Vogliamo parlare della serie televisiva? Personaggi statici e grotteschi, che si esprimono sempre con le stesse metafore ridicole, senza nessuno spessore psicologico. Il tutto proiettato su uno sfondo in cui la popolazione di Scampia appare come una massa unica e indistinta di ombre che si anima solo per ripararsi dalle sparatorie.
La mescolanza tra analisi politica e sintesi artistica diventa puro stereotipo che non ha né la forza critica dell’analisi economica e sociologica né la capacità sintetica di evocare uno scenario possibile seppur cupo.
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