Id est WhatsApp

Il verbo latino “utor” permette di chiarire l’orizzonte in cui racchiudere il campo di possibilità inerente agli strumenti del comunicare. Da buon verbo strumentale, le combinazioni possibili tra utente ed utenza confondono dialetticamente le funzioni logiche del nominativo e dell’ablativo. In altre parole, chi si serve di chi? L’utente dell’utenza o l’utenza dell’utente?

In tanti utilizziamo un’applicazione di messaggistica mobile multi-piattaforma lanciata sul mercato nel lontano 2009 – quando il suo attuale proprietario Facebook prendeva piede a livello globale fino a rappresentare lo stato attuale della comunicazione, cui partecipiamo come massa in quanto somma di account individuali. Da allora, grazie alla sua politica tecnologica, non ha conosciuto battute d’arresto raggiungendo nel febbraio del 2016 il miliardo di utenti attivi. Id est WhatsApp.

Che i cellulari costassero più dei computer sembrava un’eresia quando nel 1996 un i486 fece il suo ingresso a casa mia, seguito più tardi da un corposo Motorola come primo telefono mobile. Le attuali offerte volantino sconfessano questa convinzione così meramente temporale. Certo, ce ne è per tutti i gusti, per quasi tutte le tasche per un bene cui è così difficile distaccarsi. Ci ritroviamo di fronte alla tecnologia nella sua incessante operazione di rinnovamento, che si compie, al solito, stracciando i prezzi per un eccesso di democrazia che nemmeno quella a sfondo partecipativo della cabina elettorale è in grado di proporre. In 20 anni, con la rivoluzione delle dimensioni, del colore (che – il caso – coincide con l’introduzione della fotocamera), della risoluzione (che annienta la necessità di una tastiera fisica), siamo arrivati ad un oggetto di dimensione palmare che riporta alla ribalta le funzioni evolutive quasi sopite del pollice opponibile.

Una funzione della telefonia un tempo bistrattata dalla massa, quella della segreteria telefonica che consente di lasciare un messaggio dopo il segnale acustico, è la funzione che premia WhatsApp come una applicazione tra le più dense di storia delle comunicazioni che abbiamo tra le mani. Certo, la figata pazzesca è che sfruttando la connessione dati vengono premiate le buone intenzioni di chi ha considerato uscita dal medioevo un accesso tanto continuato quanto continuo alla rete, evitando così il traffico di sms e di telefonate che, da bene di necessità primario, nel tempo lo è diventato sempre meno, nonostante sia previsto in quel pacchetto che sotto il falso nome di promozione dissimula l’ennesimo piccolo ed irrinunciabile servizio con cui tassiamo le nostre tasche. “Hai i minuti gratis? No, ho i minuti che ho già pagato (e che forse non consumerò)”. Su WhatsApp puoi allegare di tutto: oltre allo scambio di messaggi testuali è infatti possibile inviare immagini, video, audio, documenti, finanche la propria posizione geografica e addirittura fare chiamate VoIP. Per le comunicazioni di gruppo diventa quasi più comodo dell’email, molto più formale nel suo istituto comunicativo più tipicamente tardo novecentesco. Siamo nel terzo millennio, fratello. La comunicazione deve essere smart, basarsi sulla distrazione e, soprattutto, deve sempre essere sempre, lascia stare se finemente monitorabile con spunte, doppie spunte, doppie spunte blu e segnale orario (inaugurando un gioco a tempo – più precisamente, al minuto – che pone mittente e ricevente in una posizione dialettica di controllo l’uno dell’altro).

La fonofissAzione – quell’operazione che porta con sè la riproducibilità di una traccia audio – può essere considerata il punto di partenza di una rivoluzione plurale, dati i campi in cui ha trovato applicazione.
1876. Thomas Edison costruisce il fonografo, un apparecchio per la registrazione e per la riproduzione acustica che brevetta l’anno dopo. La fonofissazione del tempo reale produce quella traccia di tempo differito mediante cui ci capita di reimpiegare il nostro tempo reale (hai presente quando riascolti la tua voce subito dopo aver mandato un messaggio vocale su WhatsApp? Ecco!) Le conseguenze ce le portiamo addosso ancora adesso, più o meno ignari del loro valore in una vita quotidiana segnata dal preferire il maneggiare senza sapere cosa al sapere cosa maneggiare. Quindi. Attualmente. Non solo il dittavolo del film de “i Flinstones”, non solo l’agente Dale Cooper ne “I segreti di Twin Peaks”. Da quando hanno scaricato ed installato l’applicazione sul proprio smartphone anche MariaElena, Matteo, Angelino e Giorgia (…) tutti possono fonoscrivere messaggi grazie ad uno strumento finalmente e fatalmente democraticizzato nelle sue funzionalità.

Alla telefonata, in cui l’azione è dialogica, è diventato preferibile il dirsi le cose come scambiandosi le battute in un botta e risposta, quasi come la stichomythìa della tragedia greca. Il messaggio vocale rende possibile una comunicazione selettiva, più comoda nel suo sfacciato individualismo utilitarista: quante volte hai detto “mi scoccia telefonare (che verbo magnifico! lo ripetiamo solo per farlo risuonare: TELE-FONARE), adesso mando un messaggio vocale?” Ecco, il motivo può risiedere nel fatto che la telefonata è – in condizioni normali – estemporanea, improvvisata, impossibile da fissare e da ripetere, e può anche annoiarti, o spiazzarti, metterti in difficoltà, proprio come può succedere nel confronto faccia a faccia, quello vero, non mediato tecnologicamente. Con un messaggio WhatsApp la faccia invece puoi salvarla, proprio quando la vita di un mondo trasparente e trasmesso in diretta inizia a richiedere gli strumenti per la differita. Con WhatsApp puoi comunicare quando vuoi, senza il vincolo della risposta necessariamente immediata, puoi pensare meglio cosa dire e come dirlo. Parliamo di una funzione che, pur presente da tempo, è come se avesse aspettato del tempo prima di affrancarsi del tutto grazie ad un utilizzo continuativo nel passato prossimo, strumento comunicativo di un futuro sempre meno anteriore, sempre più remoto.

La portabilità dei dispositivi riscrive il campo di possibilità della febbre comunicativa. Pur rinviabile in senso tecnologico, risulta infatti così stringente da effettuarsi quasi alla soglia del tempo reale, proprio mentre si sono moltiplicati i canali attraverso cui farla fluire, tanto che può risultare difficile controllarli tutti: chiamate, sms, email – retaggio storico – cui aggiungere, se non sostituire, il portato interattivo dei social, la cui pressione costringe all’always on di cui molti lamentano e pochi rinunciano.
Rispetto a tutte queste nuove innervazioni rischia di scemare unicamente l’attenzione, sola porta d’ingresso attraverso cui un qualsivoglia segnale, per quanto finemente elaborato possa essere, riesca a trovare corrispondenza, nonché risposta.

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