La pantera rosa e il monopolio della finzione

Nel film La pantera rosa sfida l’ispettore Clouseau (Blake Edwards, 1975) c’è una lunga sequenza molto divertente: un ex-ispettore della polizia francese – Dreyfus, divenuto un folle criminale – distrugge il palazzo dell’ONU e minaccia di eliminare l’intero pianeta, a meno che non gli venga consegnato il collega-rivale che gli ha rovinato la carriera, l’ispettore capo Clouseau. I capi di Stato del mondo, riuniti davanti alla TV tramite cui il pazzo lancia i suoi video-messaggi, valutano la possibilità di sequestrare segretamente il protagonista, pur essendo questi un(o sbadatissimo) funzionario ufficiale del governo francese, e di consegnarlo al pericolosissimo nemico per placarne la furia.

TURÙ TURÙ…

Il film è frenetico, i ritmi veloci e i toni molto accesi. Eppure mantiene una leggerezza che splende nelle gag giocate al decimo di secondo da Peter Sellers, impeccabile nel suo ruolo. Ma alla recensione critica di un film che deve il suo successo soprattutto agli esilaranti titoli di apertura e di chiusura qui si preferisce approfondire uno spunto balenato durante la visione.

clouseau
Peter Sellers nei panni dell’ispettore Clouseau

MONÒPOLI

Tralasciando lo sfondo comico che la caratterizza, la scena in cui i Presidenti optano per il tradimento di un funzionario “brillante” come Clouseau mi ha ricordato che lo Stato, in fin dei conti, può fare ciò che vuole. Per tre buoni motivi:

  1. Lo Stato ha il legittimo monopolio della violenza, come ci ha insegnato Weber. Per chi non mastica scienze sociali, ciò significa che se un gruppo rifiuta il contratto sociale che non ha mai sottoscritto (lo Stato, appunto), può metter su una struttura socio-politica “alternativa” ad esso solo se è più forte militarmente. È quello che prova a fare ogni gruppo para-militare.
    La violenza, intesa come legge del più forte, è una dimensione essenziale del potere. Se poi è addirittura autorizzata, e riconosciuta come legittima, allora è IL potere. Da questo punto di vista, lo scandalo per i manganelli ai cortei perde il suo fascino.
  2. Pre-condizione al monopolio legittimo della violenza, però, è che lo Stato sia anche il maggior azionista di se stesso. Lo Stato può essere il più forte militarmente solo se è già il più ricco attore della comunità da esso stesso definita, e questo invece ce l’ha ricordato N. Elias.
    La violenza costa, e gli eserciti sono sempre stati i primi destinatari dei fondi per la ricerca e per lo sviluppo tecnologico. Lo Stato, allora, ha il monopolio della violenza perché ha il semi-monopolio dell’economia. L’esercizio del suo potere è legittimo tanto in fucilazioni quanto in banconote.
  3. Detenendo il monopolio del denaro – che è l’equivalente generale astratto di ogni cosa mercificata – la violenza monopolizzata non è che una delle dimensioni essenziali allo Stato. In altre parole, lo Stato non esercita legittimamente il solo monopolio della coercizione, ma un numero potenzialmente infinito di altri monopoli. Tra questi, quello che riporta la mente alla pantera rosa è il monopolio della finzione.

LA FUNZIONE DELLA FINZIONE

Il monopolio della finzione è l’elevamento a potenza del potere. Prescindendo dall’effettività del reale, la finzione moltiplica le possibilità dello stesso all’infinito. Vengono meno molti vincoli, mentendo. Dissimulare, tuttavia, è un’operazione difficile: richiede dei costi, delle abilità e delle responsabilità.  Ma se c’è qualcuno che può farlo alla perfezione, lo Stato si candida a vincitore. In quanto economia, esso può infatti avere gli attrezzi scenici più costosi; costituendo una nazione, il “capitale umano” non gli manca; e poi  gli appartengono le scuole, i giornali, le radio, le tv e i tribunali, quindi si giudica da solo; infine, essendo il più forte, può punire chi sospetta di esso.

Pur essendo infiniti i campi di applicazione della finzione di Stato, sembra tuttavia che il suo preferito sia quello funzionale al mantenimento dell’ordine costituito. Perchè, come ha scritto G. Agamben:

ogni Stato si fonda (…) non sul legame sociale, di cui sarebbe l’espressione, ma sul suo scioglimento, che vieta.

Se nel film di Edwards la minaccia è data dal raggio distruttore detenuto da un ex-poliziotto impazzito, nel Bel Paese degli anni ’70 lo status quo sembrava minacciato da una forza non ideologica, da una coscienza collettiva formatasi dopo decenni di lotte. Citando di nuovo Agamben:

che delle singolarità facciano comunità senza rivendicare un’identità, che degli uomini coappartengano senza una rappresentabile condizione di appartenenza (l’essere italiani, operai, cattolici, terroristi…), ecco ciò che lo Stato non può in alcun caso tollerare.

Ed ecco allora che entra in scena lo Stato dissimulatore, dando inizio al “gioco” degli anni di piombo. Finanziamenti, servizi segreti, infiltrazioni, contatti con le mafie e messinscene varie: il risultato è il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro ad opera delle fantomatiche BR. A rimetterci la vita, però, non è solo uno statista, ma un intero movimento, un’intera coscienza collettiva, vittima dell’infinita potenza della finzione di Stato.

aldo-moro

Tocca ripartire da qui. Dalla consapevolezza che la verità ufficiale è quella scritta dallo Stato. Dalla consapevolezza del potere scenico della pantera rosa.

[Stefano Oricchio]

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