Incidenti salutari

Certe volte succede che i saluti, nella loro gestualità, non vadano a buon fine.

Hai presente quando vuoi semplicemente stringere la mano a qualcuno, ma l’altro azzarda un “saluto del ghetto” palmo+pugno? Oppure quando vuoi baciare entrambe le guance di una persona che è abituata a baciarne una sola?
Il risultato è un disastroso sovrapporsi di gesti che, non compiendosi, causano un certo disagio.

Sto parlando di cose così:

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Un saluto imbarazzante

Cosa nascondono questi piccoli incidenti?

TANTI SALUTI

Sebbene declinato in una pluralità di forme diverse nel tempo e nello spazio, entro i limiti spazio-temporali di una data comunità il saluto si è storicamente determinato come una prassi fortemente omogenea, codificata e stabile.

Il proliferare di tanti saluti diversi in uno stesso gruppo è, invece, una condizione abbastanza recente, resa possibile dall’avvento negli ultimi decenni di sotto-culture, contro-culture e altre-culture, ovvero dalla società in bilico tra globalizzazione e multiculturalismo.
Non è difficile immaginare che per le strade di qualunque città contemporanea possano incontrarsi un impiegato cattolico, un sotto-proletario musulmano e un giovane latinoamericano appassionato di hip-hop. In una situazione del genere, l’uniformità culturale viene meno, e così anche quella del saluto, espressione culturale minima e massima al contempo .
Come si accennava sopra, l’esito può essere imbarazzante.

Iniziamo dunque col sottolineare che il disagio provocato da saluti diversi che non riescono a completarsi è una condizione tutto sommato nuova e dovuta all’essenza multiculturale della nostra società globale.

Ma siamo sicuri che non ci sia altro?

CHE DISAGIO

Negli anni ’60 un professore di sociologia dell’Università della California, Harold Garfinkel,  invitava i suoi allievi a fare degli esperimenti molto particolari. Li esortava a scendere in strada e a comportarsi con le persone in maniera assurda e provocatoria, ad esempio parlando con qualcuno mettendosi a 2 cm dal suo naso, oppure chiedendo ad libitum e con insistenza che cosa intendesse con una certa parola.

I risultati che gli studenti ottenevano negli interlocutori erano inevitabilmente fastidio, disagio o addirittura panico. Si tratta di esercizi apparentemente innocui: il disagio che provocano è però direttamente proporzionale alla forza con cui ciascuno di noi si sforza di pensare che il modo in cui “normalmente” sta al mondo e si spiega le cose sia l’unico modo possibile. Il disagio è la spia della paura che il dubbio riemerga: è la percezione di una minaccia all’ordine del nostro universo – ma la minaccia è sempre vicina: come si vede, basta poco a evocarla. (P. Jedlowsky, 2009)

Gli esperimenti etnometodologici di Garfinkel si collocano in una già consolidata tendenza teorica che pensa alla realtà sociale non come ad un dato, bensì nei termini di una costruzione sociale, di un senso comune che si regge su convenzioni tacitamente acquisite e ripetutamente convalidate. Quando queste vengono meno, ecco che si presentano il disagio, l’imbarazzo e il disorientamento.

L’esempio sui saluti imbarazzanti diventa ora più chiaro: nella sua apparente banalità, esso ci dimostra che se i codici che utilizziamo per creare ed interpretare la realtà sociale sono diversi non si va molto lontano. È come se pretendessimo di comunicare parlando due lingue diverse.

E quindi? La società multiculturale sarebbe un male in sè? Una minaccia al nostro paradigma interpretativo della realtà cui preferire una società perfettamente mono-culturale?
Non credo. Questo tipo di preferenza sembra ricordare con una certa evidenza il mito della razza e il fantasma del totalitarismo, pronto a determinare ogni aspetto della vita sociale e individuale, perfino i saluti (ricordi il braccio con la manina tesa?) Ma soprattutto, non c’è niente di male (anzi!) nell’essere continuamente sottoposti ad un realtà che ti sbatte in faccia le sue differenze. Per chi ritiene che abbia fatto molti più danni l’universalismo del relativismo, essere consapevoli dell’essenza sociale (e non naturale) della realtà non può che far bene.

Tuttavia, c’è da chiedersi come una società multiculturale riesca a tenersi insieme, essendo venuta meno l’uniformità dei codici culturali. Da qui in poi, solo semplici supposizioni.

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Nell’attuale (dis)ordine multiculturale sembra che un ruolo predominante nell’appiattire e superare differenze o incongruenze spetti all’unica bandiera globale sotto la quale ognuno di noi ama riconoscersi: la bandiera a codice a barre del consumo. Il consumo, in effetti, sembra essere l’unico atteggiamento culturale davvero transfrontaliero, l’unico riferimento in grado di orientarci nella nostra diversità e di risolverne il disagio. Ma per chi nel consumo, insieme ad Adorno, non vede che “un’appendice del processo materiale della produzione, senza autonomia e senza sostanza propria(…), una caricatura della vera vita”, continuare a salutarsi con un certo imbarazzo è, forse, una condizione migliore.

[Stefano Oricchio]

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