Lunedì umido, martedì plastica, mercoledì cinema (2€), giovedì vetro, venerdìscoteca, sabato sport, domenica centro commerciale

Cinema a 2Euro, il secondo mercoledì del mese. Ecco come riempire gli enormi multisala che – tra prezzi esagerati, concorrenza sleale dello streaming e un’offerta cinematografica sempre più scadente – rimangono spesso vuoti. Con tutta la malinconia per i bei tempi andati, quelli delle piccole ma gremite sale, impregnate dell’odore di pop corn. L’ingresso economicamente democratico, invece, dà al posto la sua massa, e alla massa il suo posto. L’obiettivo agglomerazione può dirsi raggiunto. Grazie alla politica culturale.

Veniamo al film.

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I protagonisti sul set insieme al regista

Anche il pubblico più distratto si sarà reso conto che Woody Allen, da anni, sforna un film all’anno. L’obiettivo da lui stesso dichiarato è quello di raggiungere la perfezione. La sua produzione è oramai sterminata. Tante le pietre miliari, tantissimi i capolavori, molti i generi affrontati.  La grande popolarità è arrivata con le sue commedie psicanalitiche, che hanno poi lasciato il passo a qualche thriller elegantemente sfumato.

Il potenziale di rottura che Allen ha dimostrato negli anni, tuttavia, appare mitigato dalle sue più recenti produzioni: nonostante il mito del regista-artigiano, i suoi film più recenti hanno il sapore di un’industria che, per definizione, non può che riprodurre in serie. Dalla trilogia europea a Cafè society, passando per Blue Jasmine e Irrational man, vediamo un riproporsi di topoi cinematografici che non spaziano oltre le pulsioni sessuali e i dilemmi morali.

Il protagonista di Café Society è Bobby, un giovane newyorkese che si trasferisce nella Hollywood anni ’30 di Rodolfo Valentino&Co. Cerca lavoro, va da suo zio, che è uno dei produttori cinematografici più ricchi e noti dell’ambiente, e si innamora della sua domestica. Quasi si sposano. Poi si scopre che lei ha già una relazione con lo zio, che molla. Come poi mollerà anche quella col nipote per rimettersi con lo zio. Che poi mollerà di nuovo per il nipote, che nel frattempo si era rifatto una vita. Insomma, una catena di amori e tradimenti che si gioca sulla tensione tra istinto e fedeltà, ragione e pulsione: niente di originale sul piano narrativo.

Impacciato, goffo, timido, Bobby è un protagonista perfettamente interpretato (da un Jesse Eisenberg che ricorda Mark Zuckerberg). Le performance interpretative del cast sono fuori discussione, come ogni altro aspetto tecnico del film, impeccabile da questo punto di vista. Bobby è il classico tipo che, quando parla, gli parlano sopra:  quello che sembra sparire inghiottito da circostanze più grandi di lui. Come, del resto, buona parte dei personaggi alleniani. O peggio: come lo stesso Allen, quando ancora recitava. Se ne deduce una ridondanza caratteriale che, abbinata alla scarsa originalità narrativa, rende il film già visto. Tante volte.

Quasi parallelamente si snoda una breve trama secondaria, girata attorno al resto della famiglia ebrea di Bobby il newyorkese. Anche qui, nessuna novità: l’etica ebraica è un altro topos alleniano, come lo è la sua amata New York. Gli incroci con il piano narrativo principale, poi, sono scarsi, tutto sommato ininfluenti. Ma la caratterizzazione dei personaggi, forse, funziona meglio. I brevi sprazzi di vita familiare sono molto più eloquenti dei lunghi party hollywoodiani o di Broadway.

Niente di così importante, tuttavia, da giustificare un film che – considerato nel complessivo stratificarsi della cinematografia in generale, e in particolare della filmografia di Allen – svela un che di inquietante: è come se noi tutti (pubblico e produttori) stessimo cercando un film sempre più perfetto, impeccabile, preciso. Ma sempre più uguale a se stesso.

È un peccato dopo la rottura allinearsi su se stessi. Il mondo moderno è fatto di cambiamenti nella ripetizione, fatta eccezione per la legge dei soldi e per gli ultimi film di Woody.
Stai a vedè che tra le due cose c’è una relazione.

[Stefano Oricchio]

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