Si, No, Nobel!

Puntuale e beffardo, il destino, no? Il giorno in cui viene consegnato il Premio Nobel per la letteratura, muore l’ultimo italiano (cronologicamente parlando) ad averlo vinto nella stessa categoria. Quel simpatico giullare di dio o chi per lui, ha messo sulla stessa linea a distanza di anni,  oceani e versi, due personalità così affini e diverse da certi punti di vista. E non è un caso che, ad ora, questo sia il Nobel per la letteratura più discusso al bar, da chiacchiera televisiva, il più pop probabilmente. Un po’ più del Premio Strega, un po’ meno dei Premi Oscar.

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1997: Dario Fo riceve il premio Nobel per la letteratura

Giullare Dario Fo, joker Bob Dylan. In questa sottile differenza linguistica si può riassumere tanto: il primo “perchè, seguendo la tradizione dei giullari medioevali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi”; il secondo, perché ha giocato con la poesia e il folk, il rock e l’arte, come nessun’altro prima di lui. “You’re a man of the mountains/you can walk on the clouds/Manipulator of crowds, you’re a dream twister” canta Dylan in Jokerman, tra i brani migliori dell’album “Infidels” dell’83. Si riferisce a Cristo, chiamandolo jokerman, ma può parlare di chiunque, anche di noi. Il primo, nel ’97,  fu contestato perché si diceva che il teatro non avesse niente a che fare con la Letteratura; per il secondo basta sostituire la parola “teatro” con “musica” e il risultato non cambia.

Curioso pensare come lo stesso Fo, qualche anno fa, caldeggiasse la premiazione di Dylan, in un trafiletto pubblicato sul Nuovo Giornale di Bergamo. Puntuale e beffardo il destino, no?

HOW DOES IT FELL, Mr. DYLAN?

L’ambigua poetica simbolista, modernista ma autenticamente rock del menestrello di Duluth non è mai stata di facile e immediata comprensione, e forse il segreto del suo successo di pubblico, oltre che di critica, è proprio questo: non va compresa, va ascoltata, insieme con la musica e la sua voce, senza la quale sarebbe “solo” un testo denso di riferimenti allegorici, rimandi biblici e pietre rotolanti, ma non una canzone di Bob Dylan. Per questo, quando Norman Mialer scrive “Se Dylan è un poeta io sono un giocatore di basket” non ha tutti i torti. Come ha ragione Guccini quando dice che “Bob Dylan è la sua voce”. Stiamo parlando di un cantautore, non di un poeta, né di un cantante.

Quest’anno al posto del solito “chi?” che di solito fa eco all’assegnazione del Nobel, eravamo tutti preparati. Avessero detto Alan Zimmerman, qualche stortura di naso ci sarebbe stata, ma BOB DYLAN: wow. Ed ecco subito la divisione tra apocalittici e integrati, entusiasti e scontenti, segno che la svolta pop da parte dell’Accademia svedese ha avuto l’effetto desiderato: far parlare. Il che non è un male necessariamente, ma è altrettanto vero che non sarà questo ad avvicinare la gente alla letteratura. E allora perché si sta discutendo tanto sulla pertinenza o meno del Nobel a Dylan? Perché è l’unico vincitore contemporaneo conosciuto da tutti, semplicemente. Se a caso chiedessi di scegliere tra un passo di “Bijou” di Modiano, e l’inizio (nemmeno il ritornello, ma l’inizio) di “Like a Rolling Stones”, quale scegliereste?

Probabilmente Dylan ha meritato di vincere il Nobel al pari di Roth, McCarthy, De Lillo o Murakami, che da qualche anno sono tra i nomi più papabili, in quanto migliori rappresentanti del giusto bilanciamento tra eco culturale e profondità di scrittura, linguaggio e temi trattati. Se però consideriamo l’influenza  della poetica di Dylan sull’ultimo mezzo secolo di cultura americana, possiamo intrecciarla con la trilogia della frontiera di Mc Carthy, le basi del post modernismo di De Lillo o Pynchon o la fotografia psicanalticia della società americana di Roth? Può sembrare una forzatura? Dylan è stato tante realtà nella sua carriera artistica, ha cambiato volto così tante volte che nel film “Io non sono qui” il regista Todd Haynes ha avuto l’ottima idea di far indossare le sue diverse maschere ad altrettanti attori.
In lui convergono Rimbaud e T.S Eliot, Jimi Hendrix e Woodie Guthrie, Billy the Kid e Pat Garrett, il folk e la svolta elettrica, il troubadour e il cowboy, l’icona e l’iconoclasta, il busquer e il premio Nobel: un corpus di personaggi, idee, versi, libri, poesie, polvere e cielo che nessuno nella letteratura americana ha mai avuto finora. Ovviamente si può contestare, a ragion veduta, che il peso (in termini di produzione e intensità) di Dylan sulla letteratura mondiale è nullo, confrontato con  qualunque altro vincitore del Nobel. Ma si può dire altrettanto sull’impatto culturale popolare, sull’immaginario condiviso?

DO YOU, Mr JONES?

Tim Stanley, sul Telegraph, ha scritto che “Un mondo che dà il Nobel a Dylan, è un mondo che vota Trump presidente”, sottolineando che il premio non viene consegnato a ciò che piace al pubblico, ma sull’abilità unita all’idealismo. “For having created new poetic expressions within the great American song tradition”, citazione con cui il comitato per il Nobel ha conferito il premio al cantautore, credo che smentisca ogni accusa di mancanza di abilità; sulla questione dell’idealismo c’è un corpus intero di canzoni e album in cui l’anima più folk di Dylan si è declinata in varianti pacifiste, canzoni di protesta, diventando il portavoce di una generazione intera.  E poi la religione, soprattutto con “Infidels”; e ancora, una lingua ricchissima di alto e popolare, di poesia e strada,  a volte criptica e psichedelica, altre slegata e parlata come un fiume in piena.

La letteratura, in Dylan, comincia già dal nome, tributo al poeta Dylan Thomas, passando  per i classici folk come  “The Freeweelin’ Bob Dylan” e “The Times They Are a-Changin’” o le svolte elettriche di “Highway 61 Rivisted” e lisergiche come “Blonde on Blonde”, o l’intimo e dofferto “Blood on the Tracks”, per i (pochi) libri come “Tarantula” (raccolta di poesie nel ’71) e “Chronicles: Volume One” (corposo progetto autobiografico che prevede altri due seguiti). Non sarà certo il Premio Nobel, o il Pulitzer alla carriera di qualche anno prima a sancire il valore di Dylan: “è come mettere una medaglia sulla cima dell’Everest”, ha dichiarato Leonard Cohen. Il resto sono argomenti (giustamente) popolari, non da stampa.

Se qualcosa sta succedendo, forse non ce ne stiamo accorgendo, non è vero Mr Jones?

[Mario Luongo]

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