Questionare differenze indifferenti

La scorsa settimana il termometro dell’indignazione ha raggiunto il suo picco all’arrivo della notizia di un questionario online proposto da alcune scuole britanniche in cui si chiedeva ai neo alunni stranieri di specificare la propria lingua madre: tra le opzioni non vi era soltanto l’italiano “generico” ma anche l’italiano siciliano e l’italiano napoletano. La notizia di una tale distinzione ha sconcertato l’opinione pubblica, che nelle sue classiche tre ore di polemica martellante si è esibita in proclami patriottici piuttosto goffi.

A distanza di una settimana l’incidente diplomatico si è trasformato in uno spot addirittura vantaggioso per il neo-ministro degli esteri Boris Johnson, che rispondendo entusiasta ad un’interrogazione molto italiana del parlamentare Alberto Costa ha esclamato “vabbé tutti gli itali sono benevenuti!”. In poche ore il video della vicenda è diventato virale ed in effetti vale proprio la pena vederlo.

In mezzo al mare magnum della democrazia digitale è apparso anche un post su Facebook del sindaco di Napoli Luigi De Magistris che ha commentato la notizia utilizzando le armi più classiche della retorica arancione; tra riferimenti alla Magna Grecia e accuse di razzismo, Giggino ha sostanzialmente ratificato la distinzione presupposta dal questionario, sottolineando il valore millenario della “cultura mediterranea”e “provando vergogna” per gli autori dell’indagine.

Dribblando l’hot topic, ormai pure fuori moda, è proprio sulla difesa messa in campo dall’ex magistrato e soprattutto sulle sue radici teoriche che cercheremo di interrogarci perché, infondo, la rivendicazione di ogni specificità (in questo caso quella napoletana prima e mediterranea poi) è parte integrante di un paradigma fatto proprio da un orizzonte più o meno antagonista molto vario e composito, formato da soggetti che si riconoscono o si pongono a difesa di minoranze escluse in cerca di “riscatto”.

Qualche anno fa Gianfranco Pala si riferiva a tale orientamento scrivendo che: “Così facendo si cela la forma dominante del rapporto di sfruttamento capitalistico. Allora, ogni azione positiva per la difesa e l’emancipazione dei soggetti sfavoriti come minoranze  rischia di nascondere o di contribuire a far dimenticare che storicamente ancora oggi, e sempre più su scala mondiale, l’oppressione sociale riguarda la maggioranza – i “portatori sani di lavoro”.

Non si intende certo discutere la positività della lotta, bensì mostrare come la logica presupposta dalle rivendicazioni minoritarie afferisca molto spesso ad un meccanismo di inclusione/esclusione che non è in grado di mettere in discussione le basi della società e la cui espressione più radicale può essere la creazione di spazi autonomi gestiti secondo un tempo che, tuttavia, continua ad essere imposto dalla centralità del lavoro e dal comando del capitale.

La maniera in cui ci si è riferiti alla retorica arancione non deve però essere considerata come un’accusa, una critica immediata  e magari individuale, poiché essa costituisce una necessità dell’approccio riformista (nelle sue versioni riformismo moderato/riformismo radicale/riformismo riformato) che, consapevole o meno, il primo cittadino della “città più bella del mondo” replica costantemente nella “pluralità” delle battaglie supportate, che tengono insieme una moltitudine dì “individualità”, che proprio in quanto tali sono strutturalmente separate. In questo quadro la retorica assume un significato oggettivo che getta luce una volta ancora sulla natura dello stesso riformismo: essa costituisce, nella sfera della politica, il mezzo principale per fornire quest’ultima dì un senso progressivo (a titolo esemplare consultare il video di Giggino: vi DOVETE CACARE SOTTO!) esauritosi con l’abbattimento del Muro e il processo a Honecker.

La specie di “differenzialismo” che caratterizza le battaglie della cosiddetta sinistra di classe, dall’orgoglio mediterraneo alla teoria gender, non fa che riprodurre le divisioni essenziali al predominio del capitale mentre le condizioni oggettive dei lavoratori si fanno sempre più omogenee e drammatiche, tanto che le differenze di appartenenza sono sostanzialmente indifferenti e, dal Michigan a Cardito, la divisione del lavoro perde ogni sua ragione tecnica e permane in quanto forma di controllo e sottomissione.

Ora che “non servono più appelli, ben noti, all’unità internazionalista, giacché essa è imposta dalle cose” è il momento di accantonare queste rivendicazioni identitarie, troppo indietro rispetto ai fatti.

[Anna Maria Maselli]

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