33 Tigri contro 1 Tiger

Un sabato come tanti, quello in cui mi sono recato al centro commerciale Campania. E’ la mia seconda volta lì. Al Vulcano Buono, invece, ancora non ci sono andato.

Il Campania è davvero enorme. Me ne sono reso conto meglio oggi. Un vero cuore pulsante per l’economia della metropoli napoletana, della regione, del meridione. Niente da invidiare agli shopping mall delle grandi città europee. Anzi.
Solo la posizione, forse: che se in Europa non è difficile trovare grandi centri commerciali IN città, il Campania si trova in the middle of nowhere, circondato da strade a scorrimento veloce, sì, ma piene di buche e con una segnaletica enigmatica che rende difficile raggiungerlo.

Nell’infinita serie di negozi, ipermercati, boutique, bar e desk informativi, e nella sterminata galassia di merci esposte, ciò che più ha colpito la mia curiosità è stata Tiger, l’azienda danese di oggettistica.

DISPOSIZIONI ILLUMINATE

Iniziamo dalla disposizione degli scaffali nel negozio.
Contrariamente alla maggior parte degli spazi commerciali classici, organizzati sul perimetro, Tiger ha ereditato la struttura del supermercato. Ma agli scaffali alti da supermarket, che creano corridoi isolati, Tiger ha preferito scaffali bassi che tracciano un percorso obbligato per tutti  e che mostrano l’affollamento complessivo della sala. Bello notare come ogni singolo decimetro di esposizione sia illuminato da un mini-lampadario che emana una luce soffusa in grado di esaltare le caratteristiche del prodotto esposto. Non sono riuscito a contare le lampade in funzione. Infinite.

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Passaggio obbligato + folla = più stimolo = più spesa.

Peccato non sia proprio il massimo della funzionalità per chi lavora lì, impegnato a gestire la merce in uno spazio labirintico obbligato. Ecco allora che una commessa, con un certo imbarazzo, mi chiede di porgerle il massaggiatore a forma di cuore, più vicino a me che a lei.

 

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Il cuore incriminato

Delizioso, poi, ascoltare i commenti dei clienti. Si va da quello che, con il carrello pieno, esclama: “madò, guarda questo! ma a che serve? ahaha che cazzata!” al bambino che dice con tono perentorio: “mamma, Tiger è il mio negozio preferito!“. Siamo tutti un pò bambini, e Tiger lo sa bene.

OGGETTISTICA

Come tanti altri negozi, Tiger vende oggetti inutili. Ma è difficile arrivare al suo livello. Andiamo dal cappello a forma di canestro con tanto di palline al minigolf da bagno, passando per un misterioso allena-polso, di cui ho dimenticato di fare la foto perché impegnato, invano, a capire come funzionasse.

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Come si può notare, tutti i prodotti sono confezionati in una scatola bianca, dal design essenziale e con un font nero. Un imballaggio che ricorda molto quelli dell’IKEA. Al Nord si fa così, evidentemente. E al Nord, evidentemente, hanno anche la mania di vendere cibo strano in negozi di arredamento. Te le ricordi le polpette di cavallo del colosso svedese?

 

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Del cibo, non meglio specificato (non ne vale la pena)

Tiger è il regno del design, ovvero il regno del valore di scambio totalmente scioltosi dal valore di uso. Oltre agli oggetti del tutto privi di un utilizzo sensato, si trovano infatti anche prodotti che una qualunque casalinga potrebbe apprezzare: accessori per cucina e per bagno, ad esempio. Tuttavia non sono prodotti normali. Sono iper-elaborati: coloratissimi, morbidissimi, strani nella forma. E costano una cifra. Sono design-izzati, in una parola.

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Appare abbastanza pacifico che al valore di uso di queste merci si sovra-impone una gran dose di valore di scambio. Un fatto che sembra confermare le parole di chi, già da qualche decennio, sosteneva che la legge fondamentale del capitalismo sia la caduta tendenziale del valore di uso, piuttosto che del profitto.

Se si vuole approfondire, o anche solo capire, la nozione di ‘feticismo della merce’ siete pregati di farvi un giro da Tiger. Per carità, è solo un esempio, ma funziona bene.

[Stefano Oricchio]

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