Digital Divide (et Impera)

Piazza Dante è tra le piattaforme pubblicitarie più utilizzate a Napoli.

Un territorio che, pur non essendo in rete, tende a voler intrappolare ugualmente i passanti nell’acquisizione del prodotto di turno, offrendo la possibilità di osservarlo e maneggiarlo o, in qualche caso, di averne un campione gratuito. Senza AdBlock che tenga, è più facile attirare l’attenzione.

Nel corso della giornata di oggi, 5 novembre, gli stand protagonisti erano stati piazzati lì nientepopodimeno che da Google e Altroconsumo (se non conoscete quest’ultimo nome, potete scorgerlo nella cartella spam della vostra posta elettronica). Il motivo è la campagna “Vivi internet, al sicuro”, ideata apparentemente per tutelare le informazioni del proprio account Google. Quest’ultimo, infatti, viene spesso usato come passepartout per accedere a giochi e app varie e come credenziale di registrazione dei prodotti Android.

Il primo paradosso a cui si va incontro indagando su come sarebbe opportuno tutelare la propria privacy su Google è che se da un lato l’account è requisito obbligatorio per usufruire di certi servizi, dall’altro, scaricando una semplice app, si autorizza all’accesso ai dati personali contenuti nell’account, che nel peggiore dei casi comprende una rubrica, cronologie di ricerche e conversazioni su what’sApp e posizione geografica.

Ufficialmente, a Piazza Dante si stava informando su come tutelare i contenuti del proprio account Google. Indagando sul vero scopo della campagna attraverso altre fonti, però, si scopre che in realtà il problema è il digital divide: lo scarto tra chi ha accesso alle cosiddette tecnologie dell’informazione e chi no. Uno scarto che è di grave intralcio allo sviluppo dell’economia digitale.

In Italia, il motivo di questo divario pare essere dovuto al sentirsi poco al sicuro su internet: solo il 42% della popolazione si serve dei servizi bancari online e solo il 35% porta a termini acquisti tramite il web, secondo le statistiche riportate da Altroconsumo, numeri ai quali corrispondono pagine di fonti non più consultabili.

La ragione è la mancanza di fiducia nel trattamento dei propri dati personali, la paura della mancanza di privacy. Da qui, lo stand a Piazza Dante, pensato per attirare la grande massa da rassicurare. Quella che serve.

In realtà, all’interno dello stand vengono date informazioni utili. Ai più esperti sono carta conosciuta: collegare il numero di telefono al proprio account per controllarne gli accessi; prendere visione dei dispositivi da cui si utilizza l’account abitualmente; cambiare password ogni paio di mesi; cancellare ricerche effettuate; negare l’accesso ad app e giochi ai quali ci si è garantito l’accesso tramite e-mail e che ora potrebbero prendere visione dei contenuti.

Il discorso non fa una piega, non fosse per un ulteriore paradosso finale. Non appena si esce dallo stand mirato a rassicurare gli italiani sulla propria privacy, si viene braccati da una o più intervistatrici che intendono informarsi su come si è venuti a conoscenza dell’evento, testarne la buona riuscita e chiedere nome, cognome, numero di telefono, professione e che tipo di rapporto si intrattiene con la persona con cui si ha visitato lo stand.

La collaborazione tra Google e la polizia postale, poi, pone la questione della più intricata dialettica del controllo, in un muto rapporto che sa di potere forte posto a guardia della telematica.

E vai di rassegna tubica!!!

https://www.youtube.com/results?search_query=internet+al+sicuro

[Ambra Benvenuto]

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