Il Festival dell’Orientalismo

Il Festival dell’Oriente è un evento che nel nostro Paese sta assumendo i connotati di una istituzione culturale: gruppi composti per lo più da ragazzi(ni) si radunano annualmente, attirati da رقص شرقي (raqs sharqi, che letteralmente vuol dire danza dell’est), da musiche suggestive scandite al ritmo del tradizionale taiko giapponese, da spettacoli teatrali di tai – chi, da ballerine di Bollywood, da riproduzioni di biondi samurai che si sfidano a duello. Insomma, una paranza chiamata ‘Oriente’.
E là dove finisce il piacere di osservare dall’esterno questo stand di mondo chiamato Oriente, ha inizio, inevitabilmente, il piacere del comperare – al fine, in qualche modo, di partecipare.

Per far diventare proprio ciò che è da sempre considerato altro, il visitatore da km 0 può portare a casa il souvenir di un pezzo di mondo molto, molto lontano. In effetti, i luoghi adibiti al Festival sono allestiti come un labirinto infinito di bancarelle che mettono in vendita una vasta gamma di oggetti e prodotti del vivere quotidiano. Stoffe e sete preziose, erbe mediche e varie tipologie di tè, indumenti variopinti che mai nessuno si sognerebbe di indossare nell’asettico Occidente, né in strada per andare a lavoro, né la sera per andare a una festa. I venditori indossano per lo più costumi a tema al fine di coinvolgere e di invogliare l’ancora-osservatore a un imminente acquisto che lo renda già-consumatore. Un intero mondo da scoprire, attraversare, e infine comprare. Un mondo da cui farsi affascinare.

Affascinato è il termine che più spesso ricorre nelle descrizioni di chi è andato al Festival dell’Oriente e ne è tornato. Un po’ come se avesse vissuto per un giorno nelle vesti di Marco Polo, ma senza spostarsi troppo. Stando a Bari, a Napoli, a Roma, a Carrara, a Bologna, a Padova. Sebbene questo evento voglia apparire come un passo in avanti verso un processo di integrazione nei confronti di un mondo spesso in opposizione al nostro (per storia e tradizioni), il Festival dell’Oriente sembra nascondere un lato oscuro. Che lo scopo ultimo sia sempre quello di creare valore economico è  detto, ridetto ed è anche un po’ scontato. Ma ciò che è realmente nascosto in tutto questo roteare di fiaccole e di spade samurai, in questo scivolare di stoffe e di portafogli è lo spirito orientalista che ancora giace nell’animo occidentale e di cui è impossibile liberarsi del tutto.

La definizione di orientalismo – inteso come atteggiamento che caratterizza il pensiero, la storia e l’agire dell’Occidente- la dobbiamo ad Edward Saïd. Secondo lo studioso palestinese “naturalizzato” americano, orientalismo è un approccio immaginativo (ma non del tutto menzognero) che l’Occidente partorisce nei confronti del lontano Oriente, da cui è inconsciamente affascinato. Era identificare tutti gli arabi col turbante in testa, in sella ad un cammello, ed una sciabola sguainata ieri; è pensare a tutti gli arabi come a dei terroristi incalliti oggi. Era pensare alla seta o al riso se si parlava di Cina ieri; è pensare a Kung Fu Panda oggi. È dire che il cibo srilankese è tutto un pasticcio perché non si capisce niente, perché il riso non è risotto e perché, inevitabilmente e per tutto il resto del mondo, la cucina mediterranea è la migliore. Era dire che l’India è il tè; è dire che l’India è Bollywood. È arredarsi casa con il mobilio “etnico” per riprodurre un ambiente da noi costantemente ambito: è la lampada di carta di riso dell’Ikea.

La presenza di questo atteggiamento Saïd l’ha scovata nella tradizione letteraria occidentale più rinomata, da Hugo a Balzac. L’ha trovata in Carlyle, Newman, Macaulay, Ruskin, T.S. Eliot, Byron, Goethe e persino in Marx. L’ha scovata nella produzione artistica e musicale occidentale, come nella celeberrima ed italianissima opera di Puccini, Madama Butterfly. E nonostante in uno slancio di implacabile ottimismo Said abbia parlato di un superamento del fenomeno orientalista, nel più profondo sostrato occidentale ciò non è ancora accaduto, ed anzi continua imperterrito a colonizzare la nostra mente attraverso la flotta mediatica della madrepatria, con una serie di slogan che pongono l’identità occidentale al vertice di tutte le altre.

Chissà Saïd cosa avrebbe pensato dei servizi dell’inviata marocchina Rajae Bezzaz di Striscia la notizia; e delle innumerevoli gaffe della Carrà sul mondo arabo portato in scena dai concorrenti dei talent show; e della modaiola cucina vegana, che attinge i propri alimenti da un emisfero orientale considerato salutare solo a tratti; e delle innumerevoli produzioni cinematografiche di stampo orientalista tra cui citiamo solo  Dragon – La storia di Bruce Lee (per via degli innumerevoli clichès sul popolo cinese, nonostante si proponga come un film dalla morale anti-razzista) e il celeberrimo Colazione da Tiffany (per l’“eccezionale”  interpretazione di Mickey Rooney nei panni dell’intollerante Mr. Yunioshi).

Tralasciando la memoria storica e il penoso decorso coloniale, in cui l’orientalismo fungeva apertamente da strumento di dominio, sembra oggi che esso si nasconda in una pluralità di rappresentazioni fittiziamente interculturali, ma realmente finalizzate al consumo e alla fluidificazione di un’economia globale in costante crisi. Ridotto, così, a semplice attrazione turistica, l’Oriente continua a vivere nell’ombra dell’Occidente.

[Adele Zotti]

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