Show me a hero (and I will write you a tragedy)

La citazione di Francis Scott Fitzgerald che intitola la miniserie HBO (2015) sembra aprire ad una narrazione intrisa di titanismo: l’eroe che “si mostra” è da sempre un format di successo, in ogni epoca e luogo. Mentre in passato principi, cavalieri o più semplicemente degli “eletti” erano il fulcro soggettivo più usuale di questo tipo narrativo, è interessante notare come con l’avvento della società e della produzione narrativa moderna sia andata sempre più diffondendosi l’idolatria per l’eroe “dal basso”. Il presupposto reale ne era ed è la generalizzata mediocrità funzionale che caratterizza una società per cui l’esistenza sociale dell’individuo coincide con quella della sua forza-lavoro, che esiste a sua volta solo nel momento della produzione e il conseguente narrare il tentativo di smarcarsi da essa.

Lo screenplay è di David Simon e Willam Zorzi, autori già di The Wire (HBO 2002), una serie che ha fatto scuola per il modo in cui riesce a raccontare la circostanza più che gli attori che si muovono in essa. Show me a hero, forse, riesce a smarcarsi da entrambi i canoni dando vita ad una forma di narrazione “collettiva” della città di Baltimora che muove continuamente dall’alto al basso, dal generale al particolare, dai vicoli dello spaccio alle redazioni dei grandi quotidiani, dal politico al tossico passando per le “donne d’altri tempi dei giorni nostri”.

Anche il nostro eroe, Nick Wasicsko, è a suo modo un “eletto”. Per la precisione, un eletto al consiglio comunale di Yonkers, cittadina nei pressi di New York che rappresenta in maniera esemplare la working class statunitense e le sue istanze, ovvero quella piccola borghesia che per  prima sente la pressione dei ceti sottoproletari e la cui sussistenza è di natura estremamente precaria.

Accade però che, in piena conferma dello stile degli autori, ci si renda conto sin da subito che il vero protagonista “non è il protagonista stesso” ma the public housing issue, ovvero una decisione di un giudice federale che impone al consiglio cittadino di smantellare le precedenti case popolari (troppo concentrate e ghettizzanti) per permettere la costruzione di alloggi più sostenibili in zone diffuse della città.

Siamo nelle periferie dell’America anni ’80: basterebbe la sola colonna sonora di Springsteen a farcelo intendere. Gli anni ’80: quando la gentrificazione culturale ancora non era stata pensata come forma di reddito, venendo così considerata un disvalore.

«I mean, these people. They don’t live the way we do. They don’t want what we want» 

La questione assume un’importanza così essenziale che consente al nostro Wasiscko di vincere le elezioni da totale outsider contro il sindaco Martinelli, in carica da sei mandati, sulla base della promessa di appellarsi alla corte nei confronti di questa decisione. Una volta Sindaco, la stessa si rivela inutile: egli è costretto evitare ulteriori azioni legali per non mandare in bancarotta il comune e dà il via al piano edilizio.

Qui torna utile il titolo della serie per riferirsi a un personaggio il cui “eroismo” è chiaro sin dall’inizio: una passione politica fervida, tanto profonda quanto la tragedia che lo vedrà protagonista con il prosieguo della serie.

Ma il titolo della serie potrebbe riferirsi anche a Norma, donna afroamericana delle case popolari afflitta da una forma di diabete che la sta portando alla cecità; oppure ad Henry J. Spallone, dirompente ma burbero vice-sindaco, difensore della piccola borghesia bianca; o magari ad Alma, giovane dominicana e madre di tre figli per i quali lavora dodici ore al giorno senza riuscire comunque a rientrare con le spese, la donna simbolo di una resistenza dal basso fatta di orgoglio e coraggio.
In ogni caso, a differenza di ciò che accade il più delle volte che si subisce una narrazione, con la maggiore conoscenza dei personaggi qui non aumenta l’affetto per loro. E l’effetto “alla Spoon River” che si ottiene è conseguenza del fatto che il protagonista di questa serie è una questione, una città e non un complesso psicofisico soggettivo con le sue percezioni emotive, una questione che trascenda in linea temporale le esistenze dei singoli.

In sei puntate passano gli anni, i Sindaci, i consiglieri; si nasce, si entra in prigione e vi si esce; la cecità peggiora. Il respiro sempiterno dell’involucro narrativo sminuisce ogni sofferenza individuale  nel mostrare che la dialettica di questo mondo la vuole necessaria al benessere o anche solo alla sussistenza di qualcun altro (fintantoché si resta sul piano soggettivo, non in prospettiva a-storica).

«It’s about these public housing people, bringing drugs and crime into our neighborhood and ruining our property values!»

La protesta della piccola borghesia bianca dei quartieri interessati dai nuovi alloggi è feroce, irrazionale, cavalcata da quello sciacallo populista di Spallone, massimamente mostrata nei suoi aspetti sordidi e grotteschi (si sfiora la bancarotta comunale per le spese legali di una causa che non si poteva vincere secondo giustizia, e non si poteva perdere secondo politica). Eppure, gli sputi e le urla della folla non bastano ad offuscare il vero e profondo senso della tragedia che sulla scorta dell’aforisma fitzgeraldiano si va dipanando.

Wasicsko è un sindaco, ma Wasicsko è solo un sindaco. È il capro espiatorio di una necessità del sistema: come in una tragedia greca, egli deve prendere una decisione giusta e impopolare e subirne le conseguenze sul piano individuale al pari di chiunque altro fosse stato al suo posto, sorridendo quasi al ricordo degli sputi ricevuti da Sindaco nel momento in cui non riveste più alcuna carica pubblica. Allo stesso modo ogni altro personaggio è presentato esclusivamente nella sua connessione con ciò che la società richiede.

Il modo in cui ci è chiesto di produrre, da operai, da sindaci, da inquilini, da poliziotti o da semplici cittadini è l’unica uniformazione reale rispetto a ogni istanza di natura individuale ed identitaria che si trova parimenti nel senso comune di conservatori e progressisti, ora espressa nel razzismo per chi viene dall’Africa (o dalle case popolari di Yonkers), ora espresso nelle difese identitarie delle minoranze etniche, culturali, di genere…

La tragedia che Simon e Zorzi ci mostrano è l’incapacità diffusa di cogliere la dimensione reale dell’antagonismo che impone il nostro vivere sociale.

«I swear, every time I worry I’m getting too cynical, I see I’m not even keeping peace.»

 

 

 

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