Non di solo pane vive l’uomo

Quando un italiano va all’estero, si sa, gli manca la cucina di mammà.

Se poi la destinazione è un paese con una scarsa tradizione culinaria la faccenda si fa ancora più seria. Il passaggio dal brand casalingo “cucina mediterranea”  a quello industriale dei fast food presenta il rischio di una  potenziale “depressione” culinaria. O forse no?

Se guardiamo all’Europa continentale, l’Olanda è tra i Paesi meglio piazzati nella classifica del non-cibo. Amsterdam dimostra di essere una città dall’identità scarsamente nazionale e profondamente internazionale soprattutto in cucina. Camminando per le vie del centro, le insegne luminose e sporgenti dei ristoranti la fanno da padrone. È tutto un alternarsi di McDonald, Burger King, KFC, Febo, Subway, pseudo-tavernette italiane, spagnole e argentine dove l’unica cosa italiana, spagnola o argentina è la giovane forza-lavoro che serve ai tavoli. I gestori, infatti, sono spesso di altra nazionalità, gli ingredienti non sono quelli giusti, quasi sempre surgelati e generalmente mal conservati. Ad ogni modo, praticamente non c’è traccia di una cucina tradizionalmente olandese.

Ben visibili, invece, sono i ristoranti asiatici, che rispetto a quelli del resto del mondo, citano sulla propria insegna il Suriname. Indipendente dal 1975, il Suriname è uno stato dell’America latina, e viene da chiedersi cosa c’entri con la cucina del sud-est asiatico. La risposta sta nel fatto che si tratta di una ex colonia olandese, oggetto di enormi flussi migratori intercontinentali pianificati intenzionalmente  dall’Olanda a partire dal secolo XVII. La sua popolazione è dunque in maggioranza indonesiana. Un bel casino, alla faccia della geografia dei popoli.

La disperazione a causa del food troppo fast ed internazionale, tuttavia, può risolversi facilmente andando al supermercato, dove si spera ci si possa procurare tutto l’occorrente per una cena dal sapore meno coloniale e più autentico.

Ma anche questa speranza viene disattesa quando si scopre che nei supermercati olandesi  frutta, verdura, carne, pane e altri prodotti freschi sono quasi finti, ovvero esteticamente perfetti ma neutrali nel gusto; che i prodotti confezionati in buste ipercolorate non sono così simili ai nostri; che i prodotti italiani sono pochi, e sono quelli dei grandi marchi (Barilla, Ferrero) che costano un occhio (un pacco di pasta da mezzo kg può arrivare a costare 2,60 €); che l’alternativa più economica è data da altri prodotti importati dal Bel Paese, ma che si tratta di marchi inusuali, che in effetti non si trovano comunemente in Italia, e che quasi vantano la loro natura parodica.

Per farla breve, in Olanda si mangia poco e male. I ritmi di lavoro e di consumo impongono che il nutrimento provenga da pasti già pronti e derivanti dalle più disparate fonti di cui l’elenco sopra riportato non è che un frammento parziale. È una questione di tempo che non c’è, né per procurarsi prodotti sani e di qualità né per prepararli. Lo sviluppo economico ha allontanato le persone dalla cura e dalla pazienza che il cucinare richiede.

Tuttavia, è bene guardare anche l’altra faccia della medaglia. Tralasciando il fatto che anche la cucina italiana oramai mantiene solo una parvenza di artigianalità e che anch’essa sta soccombendo all’industria gastronomica, il risvolto dialettico delle modalità nutrizionali olandesi sta nel loro essere in grado di mostrare come l’ossessione italiana per il cibo sia, appunto, un’ossessione.

Ok: abbiamo prodotti migliori, più “naturali”, più saporiti, più eterogenei, più sani e, soprattutto, li sappiamo preparare infinitamente meglio. Ma pur dedicando una percentuale consistente del nostro tempo alla spesa, alla cucina e al consumo dei pasti, noi italiani possiamo dire di godercelo davvero quel tempo?

Abituarsi al cibo già pronto e a consumarlo velocemente – per strada, in ufficio o, se in casa, sul divano più che a tavola – rende tutto molto easy ed informale. Ripensando alle modalità italiane, invece, sembra quasi di vedere una prigione fatta di cibo. “Ore 13:00 a tavola, riuniti davanti al TG come ellenici all’agorà”, canta Caparezza in ‘Cose che non capisco’: un verso che riassume bene la condizione italiana di subordinazione allo spettacolo del cibo, della tv e – volendo, per estensione – del cibo in tv.

In Italia ci si sveglia, si mangia e si va a lavoro, si ri-mangia e si ritorna a lavoro, si torna a casa e si mangia di nuovo. Poi ci si siede sul divano e magari si guarda Masterchef. Siamo ostaggio della cultura del cibo e quest’ultima, per certi versi e in diverse misure, funge da valvola di sfogo, come qualunque freudiano saprebbe spiegarci bene.

Il fantasma olandese del pasto unico alle ore 18 adesso, forse, spaventa meno della prigione italiana fatta di cibo.

[Stefano Oricchio]

 

 

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