La promessa da palestra : #EscapeEverydayLife

Le palestre 2.0 nascono intorno alla metà degli anni ’90. Tra i loro punti di forza spiccano grandi dimensioni degli ambienti, ampia disponibilità di attrezzature e tariffe a costo bassissimo.

È soprattutto quest’ultimo aspetto che rende i nuovissimi centri fitness molto più appetibili di una normale palestra. La forma desiderata è raggiungibile pagando all’incirca una ventina di euro. L’ammontare ridicolo del dazio è dovuto al fatto che ciò che si paga è lo spazio da occupare per l’esecuzione degli esercizi. I personal trainer, eccetto casi straordinari, sono relegati a un ruolo da receptionist.

Il cliente che si reca nella palestra 2.0 può decidere di proseguire in tutta autonomia con l’allenamento che ritiene più appropriato, utilizzando gli attrezzi che più lo aggradano senza che ci sia qualcuno che gli dica, per esempio, se sta facendosi inconsapevolmente del male o se sta portando a termine gli esercizi correttamente. Il risultato è, nella maggior parte dei casi, una schiera di persone che si allenano insieme ma da sole; chi leggendo le news che appaiono sugli schermi da una ventina di pollici disposti qui e là, chi ascoltando la musica preferita dal proprio dispositivo portatile.

E poi ci sono i corsi. I video-corsi.
I coach dai polmoni di ferro, in grado di motivare strillando e allenandosi insieme ai paganti, sono stati soppiantati da piccole sale munite da schermi affiancati tra loro nei quali le trasmissioni avvengono dalle 7 alle 23 nei giorni feriali e dalle 9 alle 21 nel fine settimana. Il palinsesto si articola in due serie di programmi: quella classica, in cui ci si può allenare in piedi e da seduti, seguendo le istruzioni del trainer in tv; l’altra, da eseguire in sella alle biciclette da spinning. Tutti i programmi fanno capo alla definizione di Cyberobics (dalla fusione di cyber e aerobics). Altro che Jane Fonda.

Protagonisti dei video di cyberobics sono affascinanti trainer americani: uomini e donne accomunati da corpi scolpiti, sorrisi a trentadue denti e prontuario di frasi che dovrebbero servire a motivare anche i più scettici.

Trice Johnson, star dei corsi di spinning, intervalla i suoi allenamenti con continue frasi di incoraggiamento e solidarietà: “Sono con voi!” – “Pensate che ce la potete fare! Pensare il contrario è frutto di un atteggiamento mentale sbagliato. Avete tutto sotto controllo!” – e via discorrendo. Insomma, frasi adatte tanto a una persona in pieno allenamento quanto a un amico triste per qualche motivo.

La sostanza di tutti i discorsi è l’espressione di un radicale cambiamento nella percezione dello sport. I trainer spiegano che la motivazione dello sforzo sta in una ricompensa che se ad un livello subliminale somiglia al corpo visibile in scala aumentata sugli schermi, ufficialmente corrisponde a un guadagno in termini di energia e benessere. In poche parole, lo sport è passato da essere qualcosa da fare per pura soddisfazione di sé (per dirla con Ortega y Gasset) a uno sforzo da fare proprio in vista del rendimento.

Il punto focale della Cyberobics è certamente l’immagine, riferimento imprescindibile non solo per chi non mastica l’inglese, lingua in cui vengono date tutte le comunicazioni – a parte la voce fuori campo in italiano che dà le direttive fondamentali delle variazioni degli esercizi per chi proprio non riesce a seguire. Si tratta di un ostacolo di non poco conto. È vero che lo spinning si basa sul pedalare a ritmo di musica – una musica che deve variare ogni tot – ma è pur vero che non è raro incontrare persone scarsamente dotate del senso del ritmo. La scrematura che ne deriva, quella della clientela che può seguire corsi anglofoni, è mai come stavolta ingiusta, considerando che il prezzo delle palestre 2.0 non si rivolge ad un’élite.

Aggrapparsi alle immagini è fondamentale anche per un altro tipo di allenamento, il Virtual Cycling. In poche parole, si tratta di una serie di simulazioni di gite in bicicletta. Ci sono le versioni classiche – in montagna, al mare, ecc. – e le versioni futuristiche. In quest’ultimo caso, fissando lo schermo e regolando in vari momenti la resistenza della propria bici da spinning, si possono simulare tragitti comprensivi di discese e salite da una città all’altra. Città con gallerie ed edifici iper-geometrici in cui non si vede neanche l’ombra di potenziali abitanti – nonostante non scarseggino mezzi di trasporto volanti.

Forse alla base del virtual cycling c’è l’offerta di un’alternativa alla passeggiata in bici all’aria aperta nei “soliti posti”. Più probabilmente, virtual ciclyng e cyberobics fanno leva su persone che amano far andare a braccetto tecnologia e pigrizia: perché prepararsi ad affrontare le intemperie all’aperto quando a due passi da casa si può fare lo sforzo quotidiano “necessario” fissando uno schermo?

Si sa che fare esercizio fisico fa bene. In fondo, la cyberobics ha una marcia in più. Offre ai fruitori la possibilità di pedalare a Malibu e scolpire gli addominali a Miami, non venendo meno alla promessa dell’hashtag che accompagna tutti i video: #EscapeEverydayLife.

[Ambra Benvenuto]

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