Alla Galleria Nazionale delle Marche d’Urbino

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Alla Galleria Nazionale delle Marche d’Urbino paghi 11€ e guardi il Miracolo dell’Ostia profanata di Paolo di Dono, meglio conosciuto come Paolo Uccello. Originariamente l’opera fungeva da predella alla pala con la Comunione degli Apostoli di Giusto di Gand, nella chiesa del Corpus Domini a Urbino. Demolita la chiesa, la tavola passò al Collegio degli scolopi dove dimorò fino all’Unità d’Italia, quando fu rinvenuta dentro una soffitta in condizioni disastrose. Con una lunghezza che supera i 3 metri e mezzo dovette risultare una funzionale impalcatura per diversi lavori murari, come attestano i fori dei chiodi e il colore schiarito all’epoca del primo restauro, nel 1861.

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Insomma, nel Quattrocento i fedeli vi si inginocchiavano, nel Seicento fu stipata nelle soffitte dell’ordine fondato da san Giuseppe Colasanzio come quei mobili di famiglia che oggi volentieri escludiamo dal componibile ambiente Ikea delle nostre case – salvo aperta professione di fede kitsch, retrò, vintage, rustico o come vi pare. Certo, riguardo il tema: «Qual è la funzione dell’arte?», così caro al dibattito culturale dell’Occidente, bisognerebbe accogliere l’operazione dei muratori marchigiani che non avevano alcuna bigotta riverenza verso quell’insieme di opere considerate esemplari e che un’asfissiante cultura classifica nei suoi musei. Giacché i muratori trovarono l’impalcatura in una soffitta, e in una soffitta un capolavoro dell’arte quattrocentesca è qualcosa da adoperare o da buttar via.

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È lo spazio allora a determinare la funzione dell’oggetto. A seconda di dove metti un oggetto quell’oggetto è visto in un certo modo; la chiesa non è la soffitta e la soffitta non è il museo, ne consegue tutta una modalità dello sguardo e, nefastamente, un vocabolario. Tuttavia anche in un museo il Miracolo dell’Ostia profanata può avere una qualche utilità, anche se non possiamo calpestarla per istallare un impianto di riscaldamento di cui necessiterebbe il Palazzo Ducale per le visite invernali.

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Stando a sentire Boris Groys – che si è scrollato di dosso l’avversione delle avanguardie del primo novecento contro il sistema museo, contro quella logica disgiuntiva che si compendia nella formula museo vs vita – il museo moderno può essere una vera palestra dello sguardo. Accogliendo questa possibilità si possono guardare i sei episodi dell’opera di Uccello come sei sequenze cinematografiche, applicando quelle differenze che solo la conservazione museale permette di rintracciare. Ben inteso, gli episodi narrati da Uccello non sono delle immagini-movimento che mettono a tacere la coscienza e, per così dire, agiscono al meglio in assenza di coscienza, come esige l’ambigua contemplazione cinematografica. Queste immagini che pur innescano un movimento domandano una partecipazione cosciente benché possano essere digerite rapidamente grazie al dinamismo infuso dal pittore stesso. Nondimeno, richiedono una tutt’altra pratica dello sguardo e, prima di tutto, di tornare sui propri passi, letteralmente. Un’opera del genere è amica del lento, nemica giurata della precipitazione per cui un immagine cinematografica appare recando con se la promessa della sua rapida dissoluzione.

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Allora il quarto episodio nel quale la donna viene portata al supplizio mentre un angelo discende dal cielo si muove solo tornando al primo, dove la stessa donna vende al mercante ebreo l’ostia consacrata per riscattare il mantello. Delle simili corrispondenze si rilevano anche negli episodi 2-5, 3-6, dipanando una continuità che si può indurre solo da elementi apparentemente discontinui se isolati e fissati, quindi analizzati, ma che tornano ad animarsi attraverso un certo movimento dell’occhio. L’attenzione è dispersa ed abbandona il quadro, lo schermo della tela, mostrando delle scene contrapposte l’una all’altra ricomponibili attraverso un vero e proprio montaggio. Un montaggio non meccanico, preconfezionato, ma un operazione che può realizzarsi solo nella coscienza sveglia dell’osservatore; l’opera non si muove da sé e domanda una pratica, una disciplina dello sguardo che non raggiunge niente se non lo raggiunge lento. Uccello ci insegna a montare, a distruggere le associazioni primitive e spontanee per comporre le sequenze secondo nuove relazioni, seguendo la nostra intuizione costruttiva. Ce lo insegna nell’epoca in cui i nostri film raggiungono il grado zero del montaggio, una processione di fantasmi, straordinari come la realtà…

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Be a hero

[Guglielmo Pisani]

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