Ultima – Assansin’s Creed, the moovie – parte

Gli Assassini sono al-Hashīshiyyūn, fumatori di hashish, ovvero: reietti. Dal momento in cui entrano nella Confraternita non hanno più un’esistenza sociale. Rinunciano alla propria identità. In politichese si direbbe: sono clandestini. Digitando nella Treccani online la voce Assassini, troviamo:

“Forse dall’arabo Ḥashīshiyya «dediti al hashīsh», è la denominazione occidentale di una setta musulmana estremista e terrorista con cui vennero a contatto i crociati in Siria nel 12° e 13° secolo” (voce 1).

E ancora:

“Diramazione degli eretici ismailiti, si impiantarono sulla fine dell’11° sec. in Persia […] seminando il terrore con una serie di attentati e altre violenze in Siria, Palestina e Mesopotamia. Tra le loro vittime vi furono il visir selgiuchide Niẓām al-Mulk, Raimondo I conte di Tripoli e Corrado marchese di Monferrato […]” (voce 2).

Terroristi dunque. Almeno secondo i sistemi di pensiero occidentali. Come abbiamo già detto, la Ubisoft ne fa degli eroi. Ci sembra pertanto obbligatorio commentare la logica malsana che prende forma estetica e narrativa in questo mediocre prodotto dell’industria cinematografica.

Innanzitutto rassicuriamo i lettori più inquieti che non c’è nulla da temere: l’omologazione non è messa in discussione (il lettore converrà che di omologazione si tratta quando si vogliono ridurre tutti gli uomini ad un unico ordine, ad un’unica legge imposta dall’alto, senza libertà di dissenso, rivolta o di pensiero). E meno ancora hanno da temere le potenze economico-politiche della terra: il terrorismo politico è destinato a fallire in questo mondo. Aleksandr Ul’janov, Guy Fawkes, Renato Curcio saranno pure eroi della libertà per qualcuno, ma, con grande risentimento di Alan Moore, essi restano eroi tragici, destinati alla sconfitta, fuorché nell’immaginazione. Gli Assassini sono impotenti nella realtà. Di fronte agli eserciti e alle tecnologie degli Stati imperialisti e guerrafondai, nessun carbonaro nella Domenica delle Salme potrà mai condurre vittoriosamente la sua congiura. Contro la potenza economica e politica delle multinazionali, che da oriente a occidente colonizzano il mondo, aggiogando gli uomini alle logiche della concorrenza e del profitto, nulla possono le società cospirative, le avanguardie armate, le associazioni rivoluzionarie. Se la sconfitta della pratica terroristica è storicamente accertata, un’idea trionfa ancora in un tripudio di emozioni: celebrare la legittimità della dissidenza anche violenta per la difesa della libertà degli uomini contro l’ordine mortifero dell’ubbidienza.

L’industria culturale produce i germi della sua stessa sovversione ideologica. E li rappresenta in una forma estetizzata. Ma in questa forma, all’incontro con i meccanismi della società dello spettacolo, quella stessa idea dal contenuto ideologicamente sovversivo viene esposta in maniera immaginifica e ludica, e con ciò viene allo stesso tempo redenta. Meccanismo impeccabile. La pulsione intrinsecamente sovversiva all’emancipazione, storico retaggio, un tempo, del fervore rivoluzionario giovanile e degli alti principi dell’intelligencja più radicale, trova ora uno sfogo non sovversivo: il pathos della rivoluzione è canalizzato in una console. Talvolta, però, possiamo ancora constatare che qualcuno sfugge a questa “infinita cattività” dal sapore di un circolo hegeliano. Leggiamo, quindi, sui giornali che l’ennesimo hacker ha violato il database di un governo, di una grande azienda o di un’agenzia di intelligence, rendendone pubbliche le informazioni altrimenti top secret. Non dubitate, c’è già chi li chiama terroristi (informatici), emettendo mandati di arresto internazionali.

Resta, invece, la tentazione di denunciare gli sceneggiatori del testo – Michael Lesslie, Adam Cooper, Bill Collage – e Justin Kurzel per proselitismo e concorso morale. Ma è chiaro che questi sono soltanto pedine nelle mani dei produttori. La Ubisoft è il vero criminale. Da anni con i suoi videogame educa milioni di giovani all’idea che la violenza è giusta se esercitata per difendere il libero arbitrio dall’oppressione delle potenze dominanti (e omologanti) della terra. Mercificando il sogno collettivo di una vita profondamente libera e di una società senza caste di “illuminati” che governano gli uomini in un regime economico, sociale e politico di disuguaglianza e alienazione, la nota compagnia multinazionale “sbarca il lunario” dell’industria videoludica e dello spettacolo con un gruppo di super-assassini che difendono i popoli della terra sacrificando la vita al culto (laico) di un Credo senza Dio. Per il libero arbitrio. Per la dissidenza. Per l’eresia. Contro l’omologazione, l’Ordine, il dominio.

Ad ogni modo, a nessuno verrebbe in mente di inquisire la Ubisoft per proselitismo e incitamento all’esercizio organizzato della violenza contro i poteri forti, le caste, le classi dominanti. Sembrerebbe quasi di guardare un film degno del miglior Moretti … Mario.

Nel complesso, comunque, il film è mal fatto. Lento, troppo semplice nella trama; gira tutto intorno alle scene di combattimento. Ma poco importa, fa pubblicità, crea aspettative. Vien voglia di giocare al videogioco, dopo. Delusi o no, il messaggio è chiaro: dopo il film, la storia continua. Molti giovani spettatori torneranno a casa e potranno far rispettare la giustizia e difendere la libertà combattendo una ricca casta di illuminati che si spartiscono il controllo dell’occidente per ridurre la vita all’Ordine e la popolazione all’obbedienza. Lo faranno con entusiasmo, rabbia, passione. Con divertimento, frustrazione, somma libido. Lo faranno con comodità, davanti a uno schermo. Nonostante tutto, la società dello spettacolo fa il suo sporco mestiere. E ne esce pulita: l’immaginazione al potere. Sembrava quasi che la Ubisoft volesse incitare il suo pubblico di consumatori a prendere l’armi contro il “sistema”, quand’ecco che, invece … La fantasia disarma la realtà! L’immaginazione vince l’ubbidienza! E la vita procede spedita, leggera, nell’aere azzurro della spensieratezza. Delitto perfetto.

Riecheggiano le parole di un vecchio gagliardo: «Non ha senso parlare di liberazione a uomini liberi» (Marcuse, 1966). L’Ordine può tirare un sospiro di sollievo. O meglio, può uscirne ri-sollevato.

[Marco Morra]

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