La notte del Liceo Classico

Ritorno a scuola. È un pomeriggio di Gennaio, raffiche di vento e una pioggia battente spazzano piazza Risorgimento dove si erge il Liceo Classico “Pietro Giannone”, in Benevento. Della piazza resta grossomodo il perimetro a circoscrivere i molti ricordi, lo spazio interno risorge in un celestiale parcheggio per intercessione di Autocad.

Ritorno a scuola perché me lo ha chiesto mia sorella. C’è un evento: La Notte nazionale dei licei classici 2017. Iniziativa promossa dal Ministero dell’Istruzione, nell’ambito delle azioni organizzate dalla Direzione Generale per gli Ordinamenti Scolastici e la Valutazione del Sistema Nazionale di Istruzione a sostegno degli studi classici e umanistici. Alla sua terza edizione, l’evento nasce da un’idea del prof. Rocco Schembra, docente di latino e greco del Liceo Classico «Gulli e Pennisi» di Acireale. Finalità del progetto promuovere la cultura umanistica nel senso etimologico di movēre, col prefisso pro-: muovere innanzi. Ma verso dove?

È quello che mi sono chiesto passeggiando in questa exposition della cultura classica, dove lo spazio oggettivo della mia scuola ha assunto, mai così apertamente, la fisionomia di un dedalo di talent shows. Ho trovato solo ulteriori domande; risposte si danno, forse, solo in teologia.

La mise en scène dell’evento struttura lo spazio in due ambienti principali: dentro-fuori: le classi-i corridoi. A complemento di questi, altri due seguono l’asse longitudinale dell’edificio realizzato tra il 1936 e il 1938 – in pieno Risorgimento – da Luigi Piccinato: i laboratori al livello -1 e l’Aula Magna al livello 3. Il pubblico può entrare e circolare liberamente fra i meandri di uno spazio abitato tradizionalmente per studiare o assegnato, per votare. Neanche si paga il biglietto, poi, fuori piove.

I corridoi sono punteggiati di banchi presso i quali si assiepano timidi studenti: è la zona del suk, scambi rapidi, imbottigliamenti, poi la folla continua a trottare. Sui banchi esibiscono oggetti e libri, mi avvicino, chiedo spiegazione. Un giovane studente di quarto ginnasio comincia a descrivermi il libro che campeggia sulla sua bancarella: “Io non ho paura” di Niccolò Ammaniti. Lo ascolto con piacere, conosco la storia e me la fa ripercorrere con vividezza. Mi dice che il libro lo ha scelto tra quelli proposti un giorno di mercatino del libro a scuola – fu lo stesso anche per me. Ricordo che mi fu assegnato il compito di elaborare un riassunto del plot del romanzo, mi dice che non ha dovuto fare lo stesso ma ha visto il film, poi, in occasione dell’evento, i prof. gli hanno suggerito di comunicare la sua esperienza di lettura. Offrono “letture animate” i ragazzi del suk; passo avanti.

Un altro giovane mi descrive in poche parole “Il barone rampante” di Calvino, insiste a lungo sulla presenza di numerosi riferimenti ad autori classici, mi mostra una corda della quale si serviva il barone Cosimo. Mi allontano registrando un feedback complessivamente negativo. Decido di fare un’ultima “lettura animata” e mi arresto presso lo stand di due giovani studentesse che mi accolgono offrendomi dei cioccolatini. “Io prima di te” di Jojo Moyes è la storia strappalacrime che mi spiegano con grande dovizia di dettagli, anche loro hanno visto il film, ben più celebre del romanzo. Hanno strutturato la spiegazione decisamente meglio dei ragazzi, parlano a turno senza sovrapporsi, accompagnano le parole con gesti eloquenti sebbene un po’ troppo televisivi. Concludono suggerendomi anche il secondo episodio del libro, il sequel del film (ormai i due piani combaciano), provo ad anticiparle: «Io dopo di te?», stupite mi chiedono se l’ho letto-visto; stupido, saluto e vado via.

È il momento di fare sul serio, voglio assistere a qualche performance.

Le classi lasciano intravedere studenti in toga, studentesse dai coturni in pelle e i capelli sciolti. Da una parte si celebra la via Appia, regina viarum, anche e soprattutto perché nel III sec. a.C. raggiunse Maleventum collegandola a Roma, poi a Brindisi. Da un’altra parte ho la possibilità di assistere all’Elettra di Sofocle. Invitare la folla a lasciare il suk per entrare nelle classi non è roba da poco, taluni spiano per poi allontanarsi, talaltri si scusano essendo già prenotati per qualche performance poco più avanti. Però la compagnia di studenti ci sa fare, i gesti delle danzatrici smussano un testo aspro ma ben recitato; solo il ritmo generale della rappresentazione incespica un po’ sulle uscite di porta, lasciando entrare in scena il frastuono della folla.

Mi prefiggo di seguire qualche altra performance ma incontro una professoressa alla quale sono molto legato. Cominciamo una lunga conversazione virando infine verso temi meno personali. Mi racconta di come stia mutando la scuola, illustrandomi i nuovi indirizzi che promuove l’offerta formativa del liceo classico: Classi Erasmo con potenziamento dell’inglese e studio di una seconda lingua; Classi Euclide per il potenziamento della matematica e delle scienze; Classi Clio, cioè Liceo Classico della Comunicazione in partnership con la Facoltà di Scienze della Comunicazione di Salerno. Infine è previsto, naturalmente, il Liceo Classico tradizionale, che vedrà tuttavia la possibilità di un ampliamento dedicato a discipline artistico-archeologiche o economico-giuridiche. Mi dice di aver riscontrato negli anni una crescente apatia unita all’incapacità comunicativa degli alunni che ha simpaticamente ribattezzato dead dogs. Ugualmente, mi informa che le Classi Clio hanno registrato il maggior numero di iscritti fra i quattro indirizzi proposti. Aporia insolubile? Macché! Ad un determinato problema segue un determinato rimedio, phármakon della comunicazione (sempre etimologicamente parlando).

Mi invita a salire in Aula Magna, al terzo livello, dove sta per cominciare la premiazione delle eccellenze del liceo. Le prometto di raggiungerla in un attimo, voglio dare un occhiata al livello -1 prima di ascendere. Una musica assordante si fa avanti mentre scendo le scale, scruto dentro il laboratorio di musica intravedendo uno scapigliato violinista dimenarsi. Penso allo scomparto destro interno del Trittico del Giardino delle delizie di Hyeronimus Bosch, dipinto noto anche come Inferno musicale; ora sono pronto a salire nel Paradiso delle eccellenze locali.

Fasto. Gala. Abiti sfarzosamente pomposi come impone il buon gusto di provincia.

Mi siedo. Due telecamere iniziano a ronzare riprendendo un pubblico composto perlopiù da docenti, genitori, nonni, zii, alunni, ex-alunni. Ora è possibile assistere e assistersi, inizia la commemorazione spettacolare della cultura umanistica: pseudosacro.

Entra in scena l’Inno della notte nazionale del liceo classico, canzone scritta da Francesco Raniero, ex studente del Liceo Galileo di Firenze. Raccoglimento intorno al video dell’Inno.

La preside prende la parola ribadendo che siamo in contemporanea con altri 400 licei d’Italia (388 per essere rigorosi); ripenso al labirinto percorso prima di poter sedere nel Parnaso dell’Aula Magna, alla simultaneità garantita dal collegamento mediatico ed inizio a dubitare di non essere più nella mia scuola ma ad uno spettacolo di Luca Ronconi.

Comincio a non più sentire le parole della preside decantare l’eccellenza della cultura umanistica, questa plastica facoltà di fabbricare menti polivalenti e nutrite dai più sani principi morali, religiosa fede nell’Uomo in conformità alla consuetudine.

È ora di uscire dal dedalo della cultura classica.

[Guglielmo Pisani]

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