Alice nel Paese delle Gozzoviglie

Napoli registra una proliferazione di piccoli spazi deputati alla produzione di tanto cibo, declinato sempre più nel formato da asporto così da render topica la domanda: da mangiare o da portare?

In una posizione tattica fantastica (angolo spaccanapoli via toledo montesanto, in front of lo sportello del banco di Napoli tra i più assediati dalla città) apre Alice, focacceria romana. A Napoli, città della pizza. Una scommessa per i primi, un già precedente per i secondi. La querelle lascia il tempo che trova; la doverosa nota di redazione segnala solo una differenza non trascurabile tra la pizza tonda al forno a legna e la pizza al taglio in forno elettrico. Oltre alla diversa prezzatura dei prodotti in questione che dipende dal peso del pezzo, non dal pezzo in sé. Questo sì un radicale cambio delle abitudini. Chiedetelo al bimbo con l’euro in mano: 1 euro quando il trancio di margherita supera i 10 euro al kg. Come ci si regola?

Alice arriva nel 2017. Il prodotto tipico straniero, ROMANO, in una città che ha già i suoi. Non mi stupisce la sua apertura a tal punto da ritenerla quasi necessaria, senza dubbio didattica per quelle che sono le mode ed i ritmi dell’alimentazione nel mercato globale cittadino. Fa scandalo questa apertura, meno quella dei panini con la porchetta di Ariccia, senza accendere la questione kebab. E dove lo metti il greco?

Il cittadino del mondo ha perso ogni relazione con un menù site specific per aprirsi al global food in una perenne expo a misura di un palato sempre più fidelizzato dai recenti consumi. In tutto questo si gioca la nostra assuefazione al prodotto tipico, sebbene slegato dalla sua terra d’origine. Pensate all’attenzione che le diverse tosterie GOURMET in città pongono nella scelta delle materie prime. E tutti gli altri casi che vi vengono in mente son validi altrettanto: i portici di via dei tribunali offrono una riconversione tesa al pub and grill da far invidia alle braciate in giardino americane, dove anche il pollo allo spiedo ha finalmente trovato il suo spazio. Il privilegio della divisione accenna al suo indiscutibile appeal nella logica della separazione commerciale.

Il caso estremo della focaccia di Recco, la cui esponibilità è stata bloccata al luogo di produzione pur di conservarne la derivazione d’origine protetta, è dialetticamente impagabile sotto il profilo delle contraddizioni del mercato a regime capitalistico. Sono i tempi del km 0, gli stessi tempi del km 0 che ti arriva sotto casa grazie a diversi km nel trasporto.

Napoli, appunto, è un palcoscenico gastronomico che ha guadagnato diverse tipicità, di recente. Anche nello street food.

L’altra battaglia che si combatte è quella della tutela delle minoranze: il senza glutine e il vegetariano. Così prendono piede iniziative dal target specifico, pur aperte a tutti, tali che, se coloro che vivono a Napoli volessero provare, almeno una volta, i locali in oggetto, non mancherebbe mai un cliente da servire. Molte pizzerie hanno già ampliato la loro offerta, mentre le altre si mettono in coda per adeguarsi. Senza dimenticare i ristoranti che si son già attrezzati per l’evenienza. E che dire del vegetariano che nel suo rimare con il sano gioca la sua singolare partita nella competizione gastronomica!!

L’indotto infatti è uno dei più attrattivi per la città del sole, tale da mobilitare tanto le masse cittadine quanto quelle extracittadine nel soddisfare un desiderio tanto fisiologico quanto merceologico. La comunicazione del prodotto infatti impone una responsabile presa visione dei flussi considerati.

Che Napoli stia consegnando il territorio nelle mani del folklore, è un dato in continua evoluzione sotto incostante osservazione. I picchi attentivi dipendono dalle diverse condizioni che i media mettono in campo. Non può non giocarsi nella ristorazione una fetta decisiva dell’identità cittadina, soprattutto quella da tramandare ad un prossimo inteso come visitor.

Ci vediamo al McDonald’s, in Galleria. xD

[Antonio Mastrogiacomo]

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