DASPO(rto) urbano

È di ieri 11 febbraio 2017 la notizia di un atto vandalico ai danni dell’Arco Traiano di Benevento.

I motori dell’indignazione pubblica erano già caldi: la settimana scorsa, infatti, una delle statue dello Hortus Conclusus è stata ritrovata senza testa, a causa di un cedimento spontaneo dovuto al gelo e all’incuria. Nella settimana precedente si erano inoltre registrati danni intenzionali ad un “totem informativo” della GESESA, società di partecipazione comunale a cui è affidata la gestione dei servizi idrici urbani, oltre alla sponsorizzazione della cultura.

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L’ incuria del Comune subito dopo aver decapitato la statua di Paladino

I tre oltraggi alla cultura made in Sannio hanno fatto infuriare i cittadini beneventani. Che si tratti di incuria, vandalismo o magari puro accidente, la platea invoca a gran voce una maggiore e più efficace (video)sorveglianza dei luoghi. Come si evince consultando l’archivio di Stato pubblico del nostro tempo (ndr, Facebook) l’obiettivo resta un paradiso videosorvegliato in cui non succede nulla se non quello che è già stato sorvegliato.

Lasciamo perdere le telecamere. La tutela del patrimonio artistico sembra mettere d’accordo tutti in quanto considerata a-problematicamente, dunque semplicisticamente, come un oggetto di [stra-(ordinaria)]amministrazione: merce da gestire, da mettere a profitto, da controllare, da sorvegliare. Ricordo a chi scrive e a chi legge che controllo e sorveglianza portano seco punizione e repressione. Altrimenti a che servirebbero?

Tuttavia l’episodio beneventano chiama in causa anche un’altra serie di questioni che non possono essere meglio indirizzate se non riportando le parole di una testata locale sulla vicenda:

(…) l’atto vandalico, inoltre, cade proprio nel giorno in cui il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto sulla sicurezza urbana, presentato dal ministro dell’Interno, Marco Minniti. Tra le misure previste c’è proprio quella del daspo urbano: gli incivili che deturpano zone di pregio delle città non potranno più frequentarle per un periodo di 12 mesi. Vengono introdotte sanzioni amministrative da 300 a 900 euro con l’allontanamento fino a 48 ore per chi leda il decoro urbano o la libera accessibilità o la fruizione di infrastrutture (ferrovie, aeroporti), luoghi di pregio artistico, storico o interessati da flussi turistici.

E sempre nell’ottica di avere città più vivibili e pulite, il decreto legge – oltre a dare più poteri ai sindaci – affida al giudice la possibilità di disporre il ripristino o la ripulitura dei luoghi o risarcimento, per chi deturpa o imbratta beni immobili o mezzi di trasporto pubblici o privati.

– da NTR24: http://www.ntr24.tv/2017/02/11/arco-di-traiano-vandali-imbrattano-con-pittura-linterno-del-fornice/

Proprio nel giorno del Grande Sfregio, dunque, il mica-tanto-fantoccio governo Gentiloni decide di imprimere una svolta alla politica interna del Paese estendendo l’esercizio di un dispositivo finora limitato all’ambito della sicurezza nelle manifestazioni sportive. Tuttavia, oltre alla già citata questione di una sorveglianza alla Orwell, il fatto evoca altre suggestioni: l’estensione di un provvedimento originariamente destinato a degli spettatori riottosi sembra quasi voler evidenziare come i cittadini vengano sempre più considerati spettatori anche fuori dai teatri, dai cinema e dagli stadi. Insomma, si dà credito al dettato costituzionale dell’articolo 9, che prevede finanche una tutela paesaggistica. Che Croce.

E ancora, questa del tutto arbitraria suddivisione del territorio in zone turistico-culturali “di prestigio” solleva molte domande. Quali sono i confini? Come vengono decisi? Da chi? Il palazzo prospiciente il monumento rientrerà nella zona? E quello affianco ancora? Ma soprattutto, come si intende impedire al cittadino di frequentare uno spazio pubblico? Installando dappertutto tornelli in stile Alma Mater? Verrà richiesto un documento ad ogni singolo visitatore?

Viene il dubbio che le nuove politiche culturali vogliano consapevolmente operare una distinzione funzionale entro le mura di una data città, laddove i centri urbani gentrificati vanno blindati con dispositivi di sicurezza sempre più sofisticati per garantirne un’esposizione museale profittevole mentre le periferie, dove le persone vivono, sono lasciate a se stesse.

Tutto ciò sotto la significativa etichetta di “miglioramento della vivibilità della città”.


[Stefano Oricchio]

 

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