Dalla fonte al distributore

Appoggiato al muro del corridoio in un giorno di pieno febbraio,  sorseggio il mio caffè godendomi una immeritata pausa a metà mattinata. Guardo sfilare, uno dopo l’altro, i miei simili: consumatori forsennati di caffè, troppo stressati dal lavoro per scendere tre rampe di scale, percorrere l’intero cortile, attraversare la strada e raggiungere il bar più vicino … ad appena una ventina di metri dall’ingresso principale.

Si direbbe così vicino, quel bar, eppure troppo lontano per quanti sono stati educati dall’ambiente sociale alla produttività più morbosa e all’impiego massimamente razionalizzato del proprio tempo. Nevrosi collettive di una società che non ha tempo da perdere – pur perdendo troppo tempo a non perdere tempo – per battere la concorrenza, realizzare le proprie ambizioni, o perché semplicemente obbligati a non allontanarsi dal posto di lavoro, col fiato del dirigente sul collo, che sorveglia perché tu renda la massima produttività.

A qualcuno viene talvolta in mente di eliminarle del tutto quelle piccole pause; se non fosse che, in una società dove tutto è massimamente produttivo e viaggia a velocità supersonica, anche la pausa ha una sua specifica produttività: essa rigenera le facoltà, e predispone l’uomo a un nuovo ciclo produttivo. Così, finalmente, scompare l’illusione estrema di una libertà arroccata nel tempo del riposo. Nella società turbo-capitalistica, la fortezza del riposo viene assediata dall’ariete del lavoro: il fatto di non lavorare può trovare giustificazione solo nella ragione di rigenerarsi per lavorare meglio.

I miei simili sfilano, uno dopo l’altro, compiendo, l’uno dopo l’altro, gli stessi medesimi gesti: tutti si fermano davanti al distributore automatico, guardano il display della macchina in cerca del tasto corrispondente alla bevanda desiderata.  L’abitudine non lascia troppo spazio all’esitazione, quasi s’impone come un gesto automatico. E allora giù la moneta, e il click decide per il solito drink.

L’operazione è veloce, trenta secondi al massimo. E questa rapidità, penso, è il segreto che realizza socialmente il proverbiale sintagma verbale: quei maledettissimi “dieci minuti di pausa”.

Finiti i miei dieci minuti, mi approssimo all’automa in cerca di una bottiglietta d’acqua. Inserisco le monete e digito il numero corrispondente al prodotto desiderato. Ne esce una bottiglia d’acqua limpida, fresca: «Sant’Anna, acqua naturale minerale. Un’eccellenza tutta italiana».

L’acqua Sant’Anna è «pura, leggera, di montagna». Dall’etichetta apprendo che sgorga a 1950 metri d’altezza, da un monte, almeno sembra, tutto innevato.

Mi chiedo come sia arrivata, quell’acqua, dalla sorgente di un simile idillio piemontese fino al distributore automatico della facoltà di Lettere e Filosofia, in quell’inferno tutto vulcanico del centro storico partenopeo.

Tornato a casa, inizio una ricerca sul web circa il processo d’imbottigliamento e di distribuzione dell’acqua Sant’Anna. Tra youtube e il sito dell’azienda piemontese trovo risposta a ogni quesito.

Con un miliardo di bottiglie vendute ogni anno, l’azienda Fonti di Vinadio Spa, detentrice del marchio Sant’Anna, è leader assoluta del mercato dell’acqua minerale in Italia. Il suo segreto? Uno sviluppo tecnologico innovativo. Tra le alture della Valle Stura, si erge il più grande impianto di imbottigliamento al mondo.

Le undici linee di produzione imbottigliano circa 310 mila pezzi all’ora. Oltre 7 milioni di bottiglie al giorno.

Dal prelievo delle provette da trasformare in bottiglie al caricamento dei camion, tutto è altamente tecnologico e automatizzato. In un’intervista rilasciata a «La Stampa» nel gennaio del 2016, l’ad dell’azienda dichiara:

«Le provette vengono caricate, attraverso nastri trasportatori, nelle “soffiatrici”, che danno forma alle bottiglie. Poi dai rubinetti con l’acqua dalla sorgente si riempiono le confezioni. Quindi si procede a tappare, etichettare, formare i bancali, 700 all’ora, e caricarli sui tir».

L’innovazione senz’altro più stupefacente sono i piccoli robot gialli che girano tra le linee di produzione sorvegliando lo svolgimento del processo:

«La nostra grande idea. Per ora sono 28, ma ne acquisteremo altri 34. A guida laser, movimentano le merci con precisione, calcolando tutto, compresi gli spazi disponibili».

Altrettanto innovativo è il processo che segue l’imbottigliamento: etichettatura e creazione dei pallet sono regolati da un software che registra automaticamente gli ordini dei clienti. Spediti i carichi, il sistema di rintracciabilità informatizzato sorveglia la distribuzione dalla spedizione del prodotto alla consegna al cliente.

Dalla fonte al cliente, tutto automatizzato. I pochi lavoratori impiegati sono operatori che controllano la qualità del processo e del prodotto o la sua immissione nel mercato. Professioni non operaie e di alta qualifica: biologi, ingegneri, responsabili del marketing.

Svanisce, ahimè, anche l’ultima consolazione della passata epoca industriale: se la macchina si sostituisce all’uomo, almeno l’uomo resta a sorvegliare la macchina!

Eppure nessun operaio specializzato si intravede, oggi, nei capannoni dell’azienda. Al loro posto: automi, che tutto sorvegliano, calcolano e ordinano con una attenzione sovra-umana.

Alla vigilia del XXI secolo, l’azienda delle Fonti di Vinadio vanta il primato d’innovazione tecnologica e ricerca in un settore apparentemente secondario dell’industria. Ambisce a diventare un’azienda di punta nel mercato internazionale. Le Fonti di Vinadio rappresentano senz’altro il futuro: un futuro senza uomini in fabbrica.

A sentire le dichiarazioni dell’ad su youtube, l’innovazione tecnologica è la prima preoccupazione dell’azienda per le seguenti ragioni: essa riduce i costi (certo, poiché riduce al minimo i dipendenti), aumenta la produttività (le macchine sono più veloci, più precise e non hanno bisogno di pause per rigenerarsi), aumenta l’efficienza e la qualità del prodotto, tiene testa alla concorrenza delle grandi multinazionali.

Il risultato è un monopolio tutto nazionale che s’impone sul mercato locale contro i piccoli produttori. Ma, secondo uno slogan dell’azienda, esso vanta una virtù eccezionale: il profitto è tutto italiano! Sì, di un italiano. E di poche altre decine d’investitori.

Eccoci, dunque, arrivati al nostro distributore automatico nella facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Napoli. Rappresenta simbolicamente il miracolo del self-service che automatizza anche l’economia dei servizi, ultimo baluardo dell’impiego di massa nei paesi capitalistici avanzati. La bottiglia di Sant’Anna vi è giunta attraverso un intricato reticolo di aziende della distribuzione. L’azienda produttrice spedisce i carichi a un grande distributore nella città, il quale a sua volta rigira carichi più esigui a distributori locali, che riforniscono, a loro volta, i venditori al dettaglio: aziende che si occupano dei distributori automatici, bar, ristoranti, e altre attività commerciali. Infine l’azienda del nostro distributore automatico invia i suoi impiegati, a scadenze determinate, a “caricare” gli automi che sputano snack e bibite.

In tutto questo processo il controllo della distribuzione, ovvero del ciclo di spedizione, trasporto e resa al cliente, è completamente automatizzato con software analoghi al sistema di rintracciabilità informatizzato dell’azienda produttrice di Sant’Anna. Dopo il processo produttivo propriamente detto, tocca ora al processo riproduttivo, alla circolazione della merce: subire l’automatizzazione. E con l’automazione del controllo si dileguano potenzialmente altri posti di lavoro, un tempo occupati dall’uomo.

La disoccupazione dilaga in maniera incontenibile, e, proporzionalmente alla diminuzione dell’impiego, aumenta il tempo dell’ozio forzato. La concorrenza nel mercato del lavoro si fa spietata. Troppa gente senza lavoro, troppa gente disposta ad accettare un lavoro a salario più basso. Ciò nondimeno, il tempo del non lavoro è anche un tempo liberato dalle catene del lavoro subordinato. La macchina sostituisce l’uomo, è vero; ma rende anche l’uomo capace di svolgere qualsiasi impiego: dal call center alla logistica, si apre una vastissima gamma di professioni dequalificate dall’automazione, disponibili all’impiego di massa. Che succederà quando anche queste mansioni saranno eseguite direttamente da automi?

Emerge, dall’abisso della disoccupazione tecnologica, la possibilità della “flessibilità” come tempo non occupato e re-impiegato in occupazioni instabili e transitorie. Il lavoratore precario conosce la condizione arcaica del nomadismo: egli transita da un impiego all’altro, da un progetto all’altro, da un master all’altro, da un’azienda all’altra, da un corso di formazione all’altro, da un tirocinio all’altro, da un lavoro part-time all’altro, insomma, da una transitorietà all’altra, capace potenzialmente di svolgere una serie vastissima ed eterogenea di mansioni. Fa da contraltare all’artigiano, che ancora nella civiltà ottocentesca impiegava anni di apprendistato per raggiungere la perfezione di un’arte sostanzialmente colma di unicità, ovvero di esperienza accumulata. Il precario, invece, non conosce apprendistato, ma il rapido, mnemonico e accelerato processo di tirocinio. Al tempo lungo e introspettivo dell’esperienza, durante il quale l’individuo si sviluppa e diviene in un rapporto contemplativo con la sua arte e col suo mondo, si sostituisce il tempo infinitamente concentrato della memorizzazione di informazioni tecniche e capacità meccaniche, finalizzati all’utilizzo di una  macchina o di un sapere informativo a fini produttivi.

D’altra parte, il precario dispone di un tempo liberato da ri-occupare nella libera produzione e riproduzione di sé; se non fosse che questo tempo libero della riproduzione di sé, tempo liberato dal lavoro, tempo di attività libera e non coartata, si trasforma in tempo di ozio improduttivo, in tempo ri-generativo o distruttivo, non appena il lavoratore si trasforma in consumatore di merci, di beni e servizi, di immagini e svago, di master e corsi di formazione. Paradossalmente, quindi, proprio mentre una classe di individui è costretta a lavorare di più sotto la minaccia padronale e in preda al terrore della concorrenza del mercato del lavoro, un’altra classe di individui si afferma, precaria o parzialmente occupata, che potrebbe disporre di fin troppo tempo libero, da impiegare, magari, in rapporti sociali o in attività sociali libere dalla logica del mercato e del salario. A questo punto, interviene il “mercato del mondo”.

Bisogna ammettere che per quanti sforzi si facciano per costruire “sacche di resistenza” che sfuggano alla logica del mercato di merci capitalistico, l’universalizzazione della merce impone, nondimeno, il mercato quale legge regolatrice della vita. Immerso in un universo mercantile, dove tutto è merce o esposizione di merce in forma d’immagine, vetrina, pubblicità, il consumatore è “lavorato” dalla merce stessa. La merce determina il rapporto dell’uomo col mondo, sia in quanto lavoratore produttore di merci (beni e servizi), sia in quanto consumatore di merci (beni e servizi). Mentre la merce lavora il consumatore, il consumatore mercifica il mondo, stabilisce col mondo un rapporto analogo a quello che intrattiene con la merce: de-sustanzializzato, transitorio, immediato. E ciò accade sempre più anche ai nostri rapporti sociali. Baumann diceva che stiamo “mercificando la morale”. Di più: mercifichiamo le stesse relazioni umane. Mercifichiamo il nostro io nello stato pubblicato o nell’immagine di sé esposta sul social network.

Che si stia diventando tutti delle piccole bottiglie umane d’acqua Sant’Anna? Ognuno con i suoi slogan e le sue fonti, ognuno con i suoi concorrenti sul  mercato del mondo, ognuno inserito in un ciclo produttivo e riproduttivo completamente automatizzato, produttore di un sé mercificato e consumatore dell’altro ridotto a merce?

Mi vedo, infine, un uomo comune, nel flusso tumultuoso che tutto ingoia, tutto automatizza.

[Marco Morra]

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