Guarda chi arriva

L’arrivo di Salvini a Napoli scopre quanti meridionali siano infatuati di una Lega che sarà pur “Nord” ma sa unire attorno al pregiudizio anti-immigrati: un facile capro espiatorio che porta lo sguardo lontano dalle cause sociali dell’attuale mal de vivre.

Il sacrificio si celebra all’oscuro: tutti e nessuno sono in fondo i sacerdoti, i fedeli, l’oggetto dedicato. Il problema è che il niente nientifica, direbbe Heidegger, e forse non era cretino come gli disse Carnap dopo averlo sentito. Quantomeno, insomma, ci smarriamo in questa oscurità e le forze reali del dominio appaiono in maniera totalitaria come ogni potere senza volto.

L’altare non è per ogni capro. L’animale scelto deve rispettare precise regole. Come ha dimostrato T. W. Adorno nei suoi studi sulla personalità autoritaria, deve anch’esso muoversi in una penombra, tra il tangibile e il non tangibile. Una sfumatura preventiva: troppo «realismo», dice Adorno, lo farebbe «esplodere».

Si deve presentare collocato nella storia, riconoscibile. Un po’ di immagini tv sulle guerre oltre il mare, sequenze ipnotiche di barconi e migranti stipati, sovrapposte a qualche remoto ricordo scolastico rimasticato con un po’ di cronaca nera del pomeriggio di ieri: il quadro è fatto.

Tutto però deve essere raccontato con una grande forza linguistica. Rigidità è la parola d’ordine. Poche cose ossessive, semplici e non negoziabili. I richiedenti asilo vengono trasformati in clandestini. Un’aberrazione. Ma ripetuta un milione di volte diventa verità? Goebbels in questo la sapeva lunga.

Gli stereotipi, letteralmente delle immagini rigide, non sono semplici errori che facilmente possono essere archiviati. Alla coscienza comune servono, spiega ancora Adorno, per orientarsi. Orientarsi con agilità, dando significato a un mondo altrimenti confuso e privo di punti di riferimento: «il caso regna», proclama la volpe autofagica dell’Antichrist di Lars Von Trier.

Ma il teatro di questo governo non è la natura, che la protagonista del film riconosce come chiesa di Satana; è la società stessa che è chiesa, e il satan non è né l’angelo ribelle del cristianesimo né l’inclinazione materiale che l’ebraismo vede nell’umano. Il suo culto è senza dogmi e non ha alcuna dimensione trascendente, a dirla con il Benjamin che affresca genialmente il capitalismo come religione.

Degli individui ammassati su barche, riversi su spiagge, affollanti strutture d’accoglienza più o meno improvvisate, si riempie quella paura dell’altro, dello sconosciuto, che Adorno indica come infantile e che da adulti deve trovare un’immagine che l’esprima. Immagine, ancora una volta, chiara e oscura allo stesso tempo. Indirizzare il cono d’ombra dello stigma verso gli immigrati illuderà di una bramata luce soprattutto coloro che più sono esposti ai colpi del dominio sociale.

L’arrivo di Salvini mobilita però anche un’altra parte della città, chi gli dice «Napoli non ti vuole».

Identificarsi in tutta la città (è Napoli che non ti vuole) attua un dispositivo di salvezza su due livelli.

A un primo livello, nega agli altri il diritto alla dignità dell’esistenza. I razzisti non sono napoletani, non sono Napoli, non sono nessuno. Poco male. Ma è una rimozione forzata, almeno quanto fare di Napoli un’entità collettiva reale.

La volontà di tener Salvini fuori dalla propria città agisce su un ulteriore livello: è un innesto su una trama di impegni, vissuti, coscienze che difendono l’incontro, il dialogo, la contaminazione tra culture.

C’è un valore in questa posizione: incontrarsi vuol dire abbattere lo stereotipo, l’immagine rigida, dissolvere il carico di identità e cultura con cui si veste il singolo e si inizia a riconoscerlo per quel che è. Un individuo, con una sua storia, idee, sentimenti, pratiche in movimento.

Ha però un limite, contro cui è ancora Adorno a mettere in guardia. Non possiamo pensare che l’esperienza di per sé contraddica lo stereotipo (e viceversa). Se lo stereotipo ci orienta nel mondo, vuol dire che è qualcosa di più di un brutto pensiero costruito davanti la tv. E’ un punto di riferimento cui ci rivolgiamo proprio nell’esperienza. La predetermina. Non basta quindi guardare meglio la realtà: lo stereotipo ha radici profonde che non si palesano al livello del conscio, dove sarebbero disattivabili facilmente.

La foto di Salvini, con la maglietta di Trump e alle spalle il poster con il nativo americano e la scritta “Loro hanno subito l’immigrazione, ora vivono nelle riserve”, ha scatenato una sana ilarità e infinite parodie. E’ un simbolo però di quanto le cose non siano affatto lineari. Probabilmente la contraddizione è invisibile agli occhi di tanti supporter, che la guarderanno attraverso il prisma del loro stereotipo: l’esperienza non rivelerà loro altro da ciò che si aspettano.

Non resta che rimboccarsi le maniche: scendere in quelli che Nancy Fraser ha chiamato suggestivamente i laboratori segreti della società, e tentare il rinnovarsi di uno sguardo capace di stupore e di una prassi sociale umana e trasparente.

[Mario Lupoli]

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