capodimonete

 

 

 

“All’alba del 7 dicembre 2002 due uomini si introducono nel Van Gogh Museum di Amsterdam attraverso una finestra e rubano due dipinti di Vincent Van Gogh, Paesaggio marino a Scheveningen (1882), e Una congregazione che esce dalla Chiesa Riformata di Nuenen (1884-1885). I ladri vengono arrestati e condannati l’anno dopo, ma si rifiutano di collaborare per il ritrovamento dei due dipinti, di cui nel frattempo si sono disfatti. Per 14 anni se ne perde ogni traccia fino al settembre 2016, quando le due tele vengono clamorosamente recuperate in Italia dalla Guardia di Finanza, nel corso di un’operazione contro una banda internazionale di narcotrafficanti. Le tele, seguendo un percorso ancora da ricostruire, erano dunque finite nelle mani della camorra, nascoste in una casa di Castellammare di Stabia, in provincia di Napoli. Inaspettatamente i due dipinti sono stati ritrovati in buone condizioni, benché entrambi privi della cornice e con qualche lieve danno.”

 

Domenica 26 febbraio c’è stato l’ultimo appello. In permanenza temporanea dal 7 febbraio, l’esposizione delle tele è promossa dal Ministero dei beni e delle Attività Culturali e Turismo, dal Museo e Real Bosco di Capodimonte e finanziata dalla Regione Campania.

 

Arrivare a Capodimonte con il mezzo pubblico, di domenica, non è cosa facile. Il così noto museo, immerso nel verde del Real parco che lo contorna, si trova lontano da un possibile mezzo ferrato e solo la gomma riduce le distanze. Se non i piedi. Ma la salita è dura, da piazza Dante. Aspettiamo così un piccolo bus, il c63, che ha il solo pregio di lasciarci proprio alla cancellata pittata di fresco del museo. Una frequenza quasi oraria per una corsa da fare l’uno sull’altro. Dalle 11e45 di Piazza Dante alle 13 dell’oasi panoramica del Real Bosco.

 

Il parco è preso d’assalto. Il parcheggio per le auto è un miraggio controllato dagli abusivi che sfruttano la primaverile ultima domenica del mese più corto. Il pallone, sebbene vietato dalla segnaletica del posto, è lo strumento di gioco più battuto mentre il parco brulica di vita, rimettendo al centro la domenica in famiglia o col proprio gruppo di amici.

 

Consumiamo qualcosa prima di entrare.

 

Ci aspetta una lunga fila. Come riesce il contesto a cambiare il valore delle cose! In una qualsiasi segreteria accademica o ufficio di poste italiane sarebbe stata definita una tortura, questa controllata abitudine tutta moderna di controllare i traffici. Invece, per vedere Van Gogh, si placa in chiacchierate rinverdite dai ricordi o schietti racconti umoristici.

 

Un disco rigido in continua frammentazione, la fila si rigenera sempre. Tanti i non napoletani ad assaltare questo tempio del bene culturale, un tempo residenza di pochi, ora casa di tutti.

I prenotati on line godono del loro privilegio di visitatori previdenti: saltano la fila come avessero il telepass.

75 minuti di fila valgono il prezzo del biglietto. Così, ci lasciamo l’ingresso alle spalle e iniziamo la nostra visita. Finalmente. Finalmente.

 

Le didascalie sono minime, davvero poche le informazioni. Per saperne di più bisogna ricorrere a datati a4 in cartone rigido bilingue tra recto e verso, disposti ai lati delle panchine lignee al centro della stanza. Ma sono davvero pochi i visitatori che ne fanno ricorso.

 

Molti vedono le immagini fissate con la stessa attitudine che l’immagine in movimento. Così i quadri non hanno spettatori frontali, ma solo fugaci. Il cumulo di informazioni per via visuale più che far tendere all’attenzione è causa di distrazione per l’ospite temporaneo che non sa proprio dove direzionare lo sguardo, data la presenza di così tanta arte. Non siamo mica poi così abituati a fruirne tutta insieme.

Le prime sale del primo piano sono un monumento della storia dell’arte italiana, dal rinascimento (Masaccio, Vasari, Raffaello, Tiziano, Mantegna, Bellini …) fino ai Carracci. Poi si attraversano le sale, quelle regali. Si può addirittura capolino nella sala di porcellana, prima di immergersi nel secondo piano.

 

Aumentano quanti utilizzano le audioguide, mentre c’è chi si divide gli auricolari pur di sapere qualcosa in più. La posizione del museo così orientato al sole indispone una lettura delle opere sulle quali riflette la luce compromettendone i caratteri. Solo una volta oscurate le finestre diventa possibile porsi di fronte all’opera.

 

Una sinusoide dalla funzione di controllo ritma le visite, mentre un turista cerca disperatamente di connettersi alla rete wi-fi. Invano. A più riprese si spendono foto artistiche per bene culturali vari. Almeno, così le chiamano i sè dicenti fotografi.

 

Si passeggia. Si passeggia distrattamente per le ampie sale del grande museo. Il barocco napoletano rimarrà sempre aperto nonostante i cartelli riferiscano orari di apertura differenti, mi assicura una giovane guida.

 

Ed eccoci alla sala dove due giovani finanzieri fanno da corredo. Le tele sono prese d’assalto. Non manca mai il pubblico. Anzi. Manca piuttosto una virgola nella resa della traduzione italiana della frase di Van Gogh. L’attenzione è rivolta ad altro: l’arte ritrovata è arte salvata come slogan, motto, spot. Il rito collettivo prevede avvicinamento, disposizione in fila disordinata, messa a fuoco, fotografia, forse contemplazione, andata via. Come una foce ed estuario che ritorna sul suo percorso. Non c’è mai, mai silenzio, ma la comunione con l’opera si staglia dal brusio di sottofondo.

 

 

Così continuiamo il giro al secondo piano nella più completa svogliatezza, richiamati all’attenzione dal tratto di Vincenzo Gemito. Attenzione, c’è un sacco di roba anche qui, al secondo piano, col Ludovico da Tolosa di Simone Martini, i lavori del Colantonio fino alle pale di Luca Giordano. Purtroppo i visitatori perdono interesse nella visita e cicalecciano parecchio, spinti forse anche dalla vastità degli spazi percorsi.

 

Il terzo piano poi è quello meno battuto, forse. Superiamo una ritmica installazione del da poco venuto a mancare Kounellis, notando per giunta che la chiusura della sua percorribilità mina la possibilità di entrare in contatto con un opera di Buren, a fine stanza. Ma sappiamo bene che si possono tranquillamente limitare i flussi dell’arte contemporanea. E così, con un sorriso, contemplo il relitto di Hermann Nitzsch cui un visitatore ha aggiunto un pacchetto di fazzoletti nella sua confezione originaria. E tutto quel po’ di arte contemporanea che degli artisti del secolo appena scorso si trova in dotazione al museo partenopeo, il primo museo dell’antico di Italia ad ospitare una collezione di arte contemporanea, dal 1996. E la didascalia si fa necessaria. Ma come la trattiamo diversamente questa qui. Eh?

 

Sono le 18 quando varchiamo la soglia di uscita. La fila è rimasta imperitura.

 

Sfruttiamo i bagni chimici prima di raggiungere il centro storico di Napoli on foot. La domenica resta infatti il giorno sbagliato per fidarsi del mezzo pubblico. A Napoli.

 

[Antonio Mastrogiacomo]

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