Inoltro automatico

Nel vagone di un treno è facile osservare come quasi tutti i viaggiatori siano occupati a cliccare distrattamente sui propri smartphone. Pochi restano a sfogliare un quotidiano o a chiacchierare sul tempo e sul governo. Naturalmente di per sé è un modo come un altro per riempire un breve lasso di tempo. Le dita sul touchscreen creano un effetto di movimento simile a quello osservato fissando fuori dal finestrino: si può restare assorti nei propri pensieri, senza badare a ciò che scorre sotto agli occhi, e il gesto meccanico è una semplice liturgia della noia.

Un occhio distratto che però controlla, con piglio burocratico, centinaia di messaggi che ogni giorno corrono nella rete. Burocratico perché tutto deve essere vagliato ma molto spesso con sguardo grossolano,  giusto sufficiente a rassicurare di non aver perso niente. Si chiama nomofobia la paura ossessiva di restare disconnessi da questo ciclo comunicativo ininterrotto. Sarebbe impossibile reggere il ritmo e leggere, guardare, partecipare con intelligenza a ogni scambio. Si diffonde così la pratica del messaggio a malapena aperto, il video non guardato, il gif di cui ci facciamo bastare il primo fotogramma.

Essere parte attiva di questo processo si deve ridurre sempre più fortemente a una simulazione, che prende la forma dell’inoltro compulsivo di messaggi, link, video, in maniera seriale, anche senza prima averli guardati. La consistenza di questo fenomeno viene sfruttata da mercanti digitali, pirati in erba o semplici buontemponi per trasformare persone ignare in anelli di moderne catene di Sant’Antonio.

D’altronde molto difficilmente il contenuto del messaggio ha un’intenzione espressiva. La sua destinazione è fin da subito di semplice contatto, a sostituzione di quei singoli squilli telefonici che, quando i messaggi costavano e molto, rappresentavano un codice di amicizia tra gli adolescenti di quindici-venti anni fa: un “ti penso” improvvisamente reso trasferibile in qualunque momento dai primi cellulari di massa.

Si comunica, ma si comunica uno scambio frettoloso. Manlio Sgalambro diceva a ragione che è comunicazione anche un cazzotto o un rutto. Le radici dei suoi moduli sono in quelli del branco: segnali, suoni, intese immediate che determinano i comportamenti omogenei del gruppo animale. I messaggi senza un contenuto espressivo sono come il ringhio di un cane. Se è l’esprimerci che ci fa uomini è perché vivifica qualcosa che si offre al di fuori di ogni logica di scambio agli altri, liberi di accoglierla come il nuovo che si dà al mondo.

L’inoltro compulsivo dei messaggi inespressivi certifica la loro funzione meramente comunicativa. I messaggi significativi sono esposti così al rischio di venire liquidati in una crescente massa di messaggi vuoti.

Le varie piattaforme digitali facilitano questo processo con funzioni di inoltro seriale, che evitano ogni tentazione di muoversi oltre il click.

La disciplina della condivisione vuota è regolamentata dall’impiego di messaggi standard. Lo stesso gioco – lo scherzo, l’occasione per sorridere, dimensione che dovrebbe essere quella più libera e autentica – è curvato in un’esecuzione rispettosa dei canoni e delle disposizioni del momento: si ripete un tormentone altrui. Certo la ripetizione è la cifra della comicità. Ma come è praticata nei messaggi standard? Quando Bergson ragionò del ridere, vi colse la risorsa dell’uomo per evitare l’angoscia che verrebbe prodotta dalla meccanizzazione (che implica la ripetizione) della vita reale. Nella simulazione, reiterare ciò che non dovrebbe ripetersi è comico: la meccanizzazione è solo rappresentata, e ne ridiamo; non viene realizzata come condizione permanente della vita. Ma, se i dispositivi moderni assottigliano la divisione tra rappresentazione e vita, possono esporci a un rischio di sprofondamento nell’angoscia? La ripetizione tecnica che ci coinvolge compulsivamente, a partire dal gesto  dell’inoltro seriale, scivola nella patologia proprio perché macchinizza un aspetto della vita?

Abbiamo visto che la sottrazione alla logica dello scambio fa dell’espressione qualcosa di assolutamente umano. La comunicazione bestiale o macchinica ha invece un altro tratto caratteristico: il vincolo. Il vincolo tra chi partecipa alla comunicazione, essenzialmente fondato sulla categoria dello scambio, che produce asimmetrie di potere e gregarismi. Non è probabilmente un caso dunque il fatto che vige una forte somiglianza tra i messaggi circolanti e gli slogan pubblicitari. Una forma di espressività aberrante, osservava Pasolini in un suo scritto corsaro, perché è subito espressione stereotipa.

Quello che manca è proprio la cifra che distingue un’espressione autentica da ogni altra forma di comunicazione: il fatto di essere viva, di chiamare tutti nell’interpretarla perché non è riducibile a una dimensione unica. Essendo qualcosa di vivo, nelle relazioni transindividuali, nell’interpretabilità che la caratterizza, ha una dimensione immediatamente umana, in quanto sociale.

Si insinua qui spesso un abbaglio: sembra che il messaggio univoco sia per questo trasparente, opaco invece quello che è così ricco di sfumature da non poter essere approcciato senza interpretazione.

Ma quello non interpretabile è un messaggio che non esprime niente, non prevede alcuna partecipazione, alcuno spazio critico. Pasolini chiamava lo slogan “nuova lingua tecnica”, che diventava simbolo della lingua futura di una società indifferenziata e inespressiva: un mondo di morte.

La diffusione di frasi insignificanti nel quotidiano, la fuoriuscita dal mondo strettamente commerciale della struttura comunicativa dello slogan, è un sintomo dell’attualizzazione di questo mondo? L’innamoramento generalizzato per l’inorganico, macchina, robot, telefoni, computer e così via, sembra in effetti riflettere in una maniera inaudita il dominio del lavoro morto sul lavoro vivo, dell’oggettivazione dell’attività umana su di essa. Dal luddismo alla passione, l’eterna danza tra violenza e amore, morte ed eros.

La fede nel progresso tecnico ha un rapporto intimo con il desiderio dei suoi prodotti. La velocità del flusso dei messaggi è affine a quella dell’innovazione della merce tecnologica e all’impulso al suo consumo tempestivo. La nuova temporalità detta la modalità del consumare e del comunicare; veloce deve essere la vita stessa. In questa tensione vorticosa si resta schiacciati però sulla superficie: il passato è subito gettato nel discredito, il futuro è troppo osceno se non è fotocopia del presente. Se il qui e ora è eterno, tutti sentono l’impulso di essere a loro volta sempre presenti.

In questa nuova barbarie chi compra merci come chi consuma spettacoli, sosteneva Adorno, sente l’imposizione a non perdere nulla. Seguire ogni serie tv senza saltare una puntata, vedere tutti i film in prima visione, acquistare appena uscito ogni nuovo modello dello stesso smartphone: tutta la vita viene cadenzata dallo stesso ritmo. Anche la comunicazione doveva rientrare in questa corsa.

Togliere le parole a idee diverse di vita è la sua conseguenza.

Anche la ricerca di un’espressività autentica, e soprattutto delle sue condizioni sociali di possibilità, può rappresentare allora uno dei possibili varchi per riaprire lo spazio di una dimensione radicalmente umana.

E se l’espressione è un fatto sociale, qui, è chiaro, da soli non si va da nessuna parte.

 

[Mario Lupoli]

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