Homologia

Le formule di abbonamento del Piccolo Bellini di Napoli permettono di poter assistere ad un certo numero di spettacoli teatrali ad un prezzo in grado di attirare anche chi non mette il teatro in cima alla lista delle priorità.

In programma, compagnie teatrali emergenti e più celebri; tradizionaliste o più sperimentali. Comuni denominatori sono la durata che raramente sfora i cento minuti e un certo grado di coinvolgimento. Insomma, chi si affida al Piccolo Bellini sa che difficilmente tornerà a casa completamente deluso (sebbene non manchino rappresentazioni che suscitano perplessità).

Altro comune denominatore della maggior parte degli spettacoli visionati al Piccolo nell’ultimo paio d’anni è il ritmo dei dialoghi delle sceneggiature. A prescindere da chi siano scritte, tutte sono caratterizzate da un botta e risposta piuttosto serrato. In molti casi, non resta che ammirare la bravura di chi li ha pensati e di chi li mette in scena; in altri, si viene investiti da un muro di parole che finisce, purtroppo, per non dire niente, per far sbadigliare e, nel peggiore dei casi, russare. Dall’8 al 12 marzo, tutto ciò è stato spezzato da Homologia.

Ufficialmente, in scena si vede la rappresentazione della serialità delle giornate di un uomo anziano e solo. In scena, gesti che con l’avanzare dell’età e il conseguente rallentamento del corpo sono in grado di riempire una mattinata: vestirsi; cercare il telecomando della televisione; sintonizzarsi su una stazione radio; rincorrere quella pagina di giornale che si stava leggendo e che il vento fa volare via.

Lo spettacolo si svolge senza che l’anziano protagonista dica una parola. A venire in soccorso degli spettatori per il quale una condizione del genere è insopportabile, tanti suoni della quotidianità messi in musica e manovrati dalla giovanissima regista Alessandra Ventrella.

La qualità di Homologia, già riconosciuta al Premio Scenario 2015, è difficilmente contestabile. Lo spettacolo costringe l’intera platea a tenere lo sguardo fisso su pensieri che è fin troppo facile serrare in un cassetto. Costringe l’ambiente in cui si svolge la rappresentazione in una morsa di tensione: da un lato, la quotidianità di una persona anziana; dall’altro gli spettatori – alcuni sulla soglia della terza età, preoccupati di star guardando in una sfera di cristallo, altri, più giovani, che non possono far finta di non star partecipando, con l’assenza, alla solitudine di qualche parente.

Quanto narrato è semplice: la quotidianità di una persona anziana, formata da giornate così uguali tra loro che persino il compleanno, quel giorno speciale in cui celebrare il proprio essere al mondo, si perde nel calderone di un’esistenza solitaria,  dimenticata da tutti.

La performance comprende artifici scenografici che non lasciano indifferenti. I riferimenti bibliografici – cui si può dare un’occhiata nelle note dello spettacolo – sono tanti, spaziano da Freud a Daniel Miller. Anche i rimandi teatrali ai quali si può pensare non sono da meno: Beckett, Kantor, Pinter. Ciò che è certo è che, al di là dei citazionismi, la compagnia DispensaBarzotti porta in scena un tipo di sensibilità così genuina cui è impossibile opporre resistenza.

Homologia termina con una grande sorpresa. La macchina di uno spettacolo di questa portata, sia dal punto di vista umano che professionale, è azionata dalla già citata Ventrella e dai due attori Rocco Manfredi e Riccardo Reina, entrambi poco più che ventenni.

In una sola ora, l’esordiente trio riesce a costringere gli spettatori a guardare dentro di sé, a ricordare l’importanza di osservare con maggiore attenzione cosa ci sta intorno e, last but not least, che il teatro può anche intrattenere diversamente che non con l’intrattenimento.

[Ambra Benvenuto]

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