Jesus

Jesus è uno spettacolo teatrale che in qualità di spettatore ho esperito al Piccolo Bellini di Napoli (ndr, venerdì 24 marzo). In scena, una performer – Valeria Raimondi – che ha riprodotto uno spettacolo di cui mi sono interrogato riguardo la necessità auratica. In effetti, una fonofissazione che ne facesse un audiolibro non sarebbe stata una cattiva idea. Ma – lo sappiamo – la macchina teatrale abbisogna del pubblico, gli piace averlo di fronte – di faccia – spesso per vomitargli addosso la sua morale. Come in questo caso.

In scena la parabola mediatica di un Jesus declinato in quanto icona. Dunque, l’immagine pop per eccellenza trova spazio in una piece teatrale. Ed è proprio questo il motivo del presunto scandalo – in realtà un presuntuoso riferimento. Come se bastasse questa scelta per porsi al di là del bene e del male.

Una sorta di teatro “di sinistra” quanto alla messa in scena, con l’assenza della quarta parete e l’assoluta trasparenza della macchina impiegata; finanche il tecnico che si muove sul palco a mettere in moto gli strumenti che costruiscono lo spoglio ambiente tecnologico. Il carattere di novità, di impatto sperimentale, dovrebbe far guadagnare alla performance punti; invece è una trovata di pessimo gusto se pensiamo a che anno è, oggi. Se pensiamo al teatro d’avanguardia, ieri. Se pensiamo alla reiterazione del già stato, domani.

L’affluenza è discreta. Il pubblico partecipa, ma poco entusiasticamente. Si è visto, ad un certo punto della piece, scagliare addosso migliaia di immaginine di Jesus buon pastore addosso. Si tratta di migliaia di figurine stampate male, per altro solo con l’immagine. Dappertutto questo espediente potrà risultare fantastico. A Napoli risulta filologicamente inappropriato, tanta è la scarsezza qualitativa del materiale impiegato, con altresì una sola faccia impiegata: nessuna preghiera sul retro. Napoli è la città di via dei Figurari. Vi prego, non risparmiate la preghiera. Altrimenti, era meglio che il santino lo lasciavate in bianco.

Poi, due carriole piene di patate svuotate sul palco accolgono l’agnus dei con gli arti legati, mentre la nostra performer decanta la ricetta dell’agnello pasquale al forno. Mamma mia. Dai, parliamo di blasfemia. Su. Me l’hai proprio fatta annusare. E poi i monologhi dialogati sulla vita e sulla morte, inscenati da una protagonista che fa la parte della mamma e del bimbo.

Sullo sfondo resta la musica davvero solo grandi successi: dall’Also spracht Zarathustra al personal Jesus, quanto già è conosciuto viene messo in scena a contestualizzare il tutto (passando ovviamente per Alleluya di Cohen e Jesus Christ superstar). Un vero e proprio ricorso al pop, senza diritti d’autore. Almeno nel primo caso. Sono passati più di 70 anni dalla morte del primo. Quanto ai secondi, lunga  vita ai Depeche mode. Certo, ci sono anche dei tratti di musiche “originali” sulle quali la nostra cantava le sue invettive al sol del ritmo latino-americano.

Non spetta a me fare una recensione del testo teatrale, anche perché viene mitragliato in modo che più che il significato ne esca fuori il suono, di colei che ci aspettava già pronta sul palco al nostro ingresso. Certo, un testo che chi l’ha scritto avrà pensato di far gran cosa. Un po’ banali, molte cose. Ma per chi fa un teatro pop – anzi “punk” – la tal cosa non dovrebbe essere un problema.

E poi e poi e poi. Ah. Sì. Il finale veramente potevate risparmiarcelo. L’attrice si congiunge al terzo della compagnia presente. Nudi, si muovono sullo sfondo, in una chiusa che ci riporta alla parabola adamitica, dopo una preghiera che lasciasse pur intravedere qualcosa di buon nella chiesa, quella di pietra, quella degli uomini. Il ritorno della morale doveva pur coccolarci, dopo tanto sfoggio di disagio.

Così, dopo questo acclarato finale, tornano in scena per prendersi gli applausi, con la canotta da basket con su impressa la scritta: Cometa 33. Genio! – avrebbe detto René Ferretti a guisa di tale ingegno. Invece, mi vien da commentare che nella società dello spettacolo, coloro che fanno spettacolo si servono dello spettacolo per fare spettacolo. In una sola parola: spettacolare.

Portare in scena il dramma della riproduzione dell’immagine (verbale ed iconografica) di Cristo è un atto facilmente mercificabile. I premi ottenuti dallo spettacolo dimostrano quanto siano ostaggio del messo in scena. Obiettare la complessità dell’operazione è cosa di poco conto rispetto alle implicazioni sul piano simbolico di una operazione similare. Solo che vi prego. Basta parlare di teologia cristologica. Sarebbe arrivato il momento di spostare l’attenzione sulla fantasmagoria della merce. Per dio!

[Antonio Mastrogiacomo]

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