Seconda Stazione

Come d’abitudine la coincidenza è in ritardo. Coloriti anatemi si levano a fendere il velo autoritario dell’altoparlante – i passeggeri giocano il ruolo di commentatori o esperti tecnici del disagio per il quale già si sta scusando la voce registrata. Altri salutano felici il ritardo del treno che compensa il loro proprio.

40 minuti possono bastare per una passeggiata fuori dallo scenario di Roma Termini.

40 minuti per investire di un senso ulteriore l’attesa, fuori dalla ragnatela di ristoranti-vetrine-passanti.

Seleziono l’uscita su Piazza dei Cinquecento e muovo in direzione Piazza della Repubblica.

Passo dopo passo segue una domanda che nasce dai muscoli in movimento. È gravida di un uovo elastico di pensieri che sbroglierò a casa.

Cosa significa “Termini”?

Imparerò che il toponimo deriva dalla deformazione della parola latina thermae.

Intanto ho superato il monumento a Giovanni Paolo II e vedo profilarsi il perimetro delle Terme di Diocleziano. Imperatore conservatore, durante il suo regno (284-305 d.c.) furono edificate sugli ex Horti Lolliani, ed in soli otto anni, le terme più grandi del mondo romano. Sappiamo che per la realizzazione della gigantesca costruzione fu abbattuto un quartiere con numerosi edifici privati e sconvolta la viabilità preesistente. Lo schema planimetrico era caratterizzato da un recinto quadrangolare che racchiudeva una vasta area aperta, al centro della quale si trovava l’edificio balneare. Questo presentava sull’asse minore la successione di natatio, aula basilicale, tepidarium e calidarium, mentre sull’asse maggiore, vestiboli, spogliatoio e palestre con due serie di quattro sale affiancate.

Sarebbe facile esemplare l’immagine di questo impianto termale su quella di una piscina o terme moderne. Più avvincente, al contrario, sforzare l’immaginazione verso l’ignoto.

Cosa facevano gli antichi romani in questa enorme struttura?

Un indizio può arrivarci dall’aula basilicale inserita sull’asse minore dell’edificio balneare. Nella vita pubblica romana, le basiliche erano tra i più importanti edifici civili, quasi un prolungamento del Foro. Esse costituivano uno spazio dove si potevano svolgere al coperto attività giudiziarie, economico commerciali o semplicemente affari privati. I cittadini che, nella buona stagione, dovevano invadere le piazze e le passeggiate pubbliche rifluivano d’inverno nelle strutture termali, dove evidentemente non si consumava soltanto il rituale del bagno.

Nel 1920, con un breve apostolico in latino, papa Benedetto XV eleva la chiesa di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri al rango di Basilica minore. La chiesa era stata edificata in pieno Rinascimento sul sito delle Terme di Diocleziano, secondo il progetto di un Michelangelo ottantaseienne. Trovandosi lontane dal centro abitato della Roma medievale, le terme non avevano subito molte modifiche o riusi. Agli occhi del grande architetto esse dovevano presentare ancora il fascino di una struttura che aveva conservato la sua leggibilità. Da questa caratteristica deriva l’intuizione progettuale michelangiolesca. Nella grandi masse in rovina delle Terme, Michelangelo vide la forma già “pronta” di un edificio sacro, prevedendo di includere nella nuova chiesa il tepidarium, compresi i vani angolari delle vasche. Nel progetto commissionatogli da Pio IV egli poté ricorrere a tutti gli elementi della sua straordinaria sintassi artistica: dal non finito, sottolineato dall’uso delle rovine come facciate, al contrappunto espresso dal rapporto tra la luminosità interna e le ombre degli esterni che fanno della Basilica un vero Teatro della Luce. Il riuso delle otto colonne di granito rosso e la pluralità di ingressi rafforzano il senso dell’operazione michelangiolesca: mettere in risalto le tre “facciate naturali” delle Terme in rovina, stabilendo un forte legame tra la Basilica cristiana e le antiche terme volute dall’imperatore anticristiano.

Alla morte del grande architetto, i lavori non ancora conclusi furono continuati dal suo allievo Jacopo del Duca. Fu solo nel 1700, a seguito degli interventi dell’Orlandi e del Vanvitelli che il progetto di Michelangelo subì delle sostanziali modifiche. Orlandi ridusse i molteplici ingressi all’unico su Piazza della Repubblica, poi rielaborato dal Vanvitelli, ed infine demolito nel 1911 per mettere in vista la nicchia del calidarium con il reimpiego di mattoncini romani.

Dopo l’Unità d’Italia e la costruzione della stazione Termini, la Basilica si trovò inserita in un contesto urbano in rapida trasformazione. La realizzazione di via Nazionale che aveva come sfondo la Basilica aumentò l’interesse per la facciata. A partire dal 1875, furono realizzati diversi tentativi di modifica della facciata vanvitelliana, prima di decidere, nel 1911, di rimettere a nudo le antiche rovine.

Nel 1948, i lavori per la ricostruzione di Piazza dei Cinquecento e della Stazione Termini hanno completamente distrutto un gruppo di insulae, probabilmente di età adrianea. Le insulae erano delle unità di proprietà dove vivevano o lavoravano diverse classi sociali, dai benestanti alle povere famiglie che alloggiavano negli attici.

Si trattava comunque di case che, emerse durante i lavori del 1948, vennero sbrigativamente demolite.

È difficile pensare che un monumento pubblico a Roma avrebbe subito, senza esitazione, il medesimo trattamento.

Ora i 40 minuti volgono al Termini.

Un’attesa è finita, attenderò altre quattro ore, in treno.

Passo dopo passo ritorno verso la Grande Stazione.

A tal punto, una passeggiata può rivelare quanto il tessuto urbano dell’antichità sia presente, quasi sommerso nelle strutture successive di una città che non conosce soluzioni di continuità nel suo abitato, e tuttavia ancora percepibile allo sguardo informato. Ma anche allo sguardo capace di immaginare, di stornare l’attenzione dalle “cose vecchie” e conservate, per cogliere il cambiamento entro un orizzonte di continuità tipicamente metropolitano. Tra Roma Termini e Piazza della Repubblica, in un’area percorribile camminando meno di 10 minuti, il “nuovo” trova innesto nell’antico, secondo modalità differenti che caratterizzano epoche diverse. L’architettura michelangiolesca cita la sua preistoria romana, riutilizzandola e superandola. La città genera se stessa dalle rovine ancora leggibili del suo passato per incorporarle nel continuum di una tradizione.

E le architetture temporanee di Roma Termini? Le sue mise en scène sponsorizzate?

Leggendo la città esse figurano come rappresentazioni di un’attesa del “nuovo”, allestimento del “nuovo” negli scenari transitori di una corsa sur place verso il futuro.

[Guglielmo Pisani]

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