Non è là +

Proprio una settimana fa il signor Giandomenico Boncompagni (Arezzo, 13 maggio 1932 – Roma, 16 aprile 2017) esalava l’ultimo respiro, regalandoci una edizione dei tg serali della giornata di Pasqua davvero diversa che non il solito servizio su come gli italiani hanno passato il dì di festa – tra le città d’arte e pranzi in famiglia – servizi ripetuti a loop che provavano a fare i conti in tasca a noi tutti.

Il conato mediatico per questa scomparsa ha fatto registrare picchi di commozione e nostalgia su tutte le emittenti televisive, ricordandoci la particolarità del valore di un messaggio a reti unificate – quasi sempre l’informazione ci regala, seppure nella intangibile differenza del trattamento giornalistico, questa sua speciale deformazione.

La notizia rimbalza sui social, arido specchio cult insignito del potere di riflettere il già mediaticamente consumato con la dovizia del suo commento immediato. Così, si è proposta la sterile polemica del valore culturale dei diversi apporti del sopraddetto Boncompagni alla cultura popolare dello stivale. In soldoni la questione è stata: perché osannare la figura di un uomo che ha disposto materiale per “due generazioni di malatoni, rattusi e pedofili” (il virgolettato è estratto da commenti in rete, seconda una chiara violazione del diritto d’autore su facebook). Questa attenzione, infatti, non viene tributata ai poeti.

Ma senza raggiungere le vette della lirica, in queste occasioni raccogliamo a terra i cocci dell’astio versato dalle arti un tempo liberali contro i pervasivi media elettronici, rei della distruzione culturale (forse) e continuamente operativi. Dannata televisione. Non lo si direbbe un caso, data poi la presa che la stessa esercita su una massa in eterna conciliazione con i miti del suo tempo, quelle fantomatiche star in grado di illuminare la quotidianità di milioni di lavoratori che, stremati dai ritmi compulsivi di una vita già scritta, grazie alla radio prima, alla televisione ritrova la sua isola nell’esilio pacificato di un divano.

Quel Boncompagni lì ha plagiato gli itaGliani – scrivono. Proprio le persone come lui hanno dato inizio alla fine – ritengono. Nelle stesse ore il buon Dagospia lo definiva un televisionario, parlando del rivolgimento occorso nella storia delle inquadrature e delle riprese televisive, mettendo in scena altro che non i primi piani – parenti del ritratto.

In effetti la rivoluzione di un neo-realismo televisivo doveva segnare un appuntamento importante nella presa di coscienza del rapporto che le masse siglavano con i mezzi di produzione e riproduzione della loro memoria. La possibilità che uno qualunque potesse diventare quello lì riscriveva le regole del gioco tutte, preannunciando i tempi dell’attuale rivoluzione mediatica del 2.0 – quella ad esempio delle factory youtube.

Inoltre, il Cioè non avrebbe venduto quanto ha venduto e non sarebbe diventato quello che era diventato senza un mentore culturale che trovasse nel mecenatismo pubblico il suo sostenitore. Boncompagni ha avuto delle ottime visioni. Ed è questo che fa la gente in gamba. Vedere prima quello che gli altri vedranno per un bel po’, dopo.

Gran parte della critica si è fermata alla produzione televisiva dell’aretino: in un mondo che si misura con le immagini, è l’arena televisiva il campo di battaglia designato. La tradizione occidentale, fortemente iconodula, ne tramanda il potere in modo decisamente inconscio. Così, il paroliere Boncompagni, nonché l’autore radiofonico restano intrappolati dal peso dell’immagine tramandata. Eppure tanto Alto gradimento quanto Bandiera Gialla potevano rappresentare un’occasione altra per pensare all’autore come un intelligente dispensatore delle potenzialità dei media, una volta liberate dal potere dell’elite e consegnate alla spontaneità delle masse.

In chiusura, sebbene faccia sorridere, propongo la proporzione Walcott: Boncompagni = Umberto Balestrieri: Eddy Guerrero. In effetti, insigni dottori della farina di segnale sono in grado di accostare un premio nobel ad un autore televisivo. Di qui, la proposizione in termini sportivi del rapporto considerato.

P.s.

Nel mentre mi prenoto come difensore di Maurizio Costanzo quando, alla sua scomparsa, la riproducibilità della polemica – fatta degli stessi argomenti di sempre – si farà sentire contro il suo impagabile “Boni, state bonI”.

[Antonio Mastrogiacomo]
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