Battilocchi di silicio

Dalla 56esima edizione del «Manuale di Robotica», anno 2058 d.C.:

1. Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno.

2. Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge.

3. Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge.

[Io, Robot]

Con queste tre leggi, Isaac Asimov introduceva nei suoi romanzi la necessità di disciplinare il comportamento di macchine sempre più sofisticate. La loro stessa intelligenza artificiale implicava quel livello di pericolo che è tipico dell’agire umano. Tra gli animali, non a caso, pare che siano solo i nostri stretti cugini scimpanzé a usare la violenza e l’assassinio come strategia adattativa, se è conveniente. Crudeltà degli antropomorfi intelligenti? Se gli umani possono porvi un freno associandosi in modalità dignitose (poco pensate e ancor meno praticate al giorno d’oggi), per i robot privi di autocoscienza servivano regole dall’esterno.

Le tre leggi costruivano uno scenario in cui l’esistenza dei robot poteva muoversi nei confini della tutela degli uomini, senza farsi a sua volta strumento della lotta dell’uomo contro i suoi simili.

Il limite più evidente della legislazione per le macchine con un cervello positronico era nel non considerare l’umanità nel suo complesso. Nacque così la legge zero, che riconfigurava i limiti delle tre originali:

0. Un robot non può recare danno all’umanità, né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, l’umanità riceva danno.

Senza regole sociali però, anche con questo correttivo la normativa robotica finisce per non bastare. “Supponiamo di avere un robot che assiste una persona anziana non autosufficiente”, commenta Filippo Cavallo, esperto di robotica sociale al Sant’Anna di Pisa, “e supponiamo che questi si rifiuti, un giorno, di assumere le terapie. Cosa dovrebbe fare un robot? Secondo le Leggi di Asimov, non potrebbe non somministrare la terapia – altrimenti arrecherebbe danno a un essere umano – ma non potrebbe neanche disubbidire ai suoi ordini”. [wired]

D’altro canto, a pensare il problema kantianamente, dovremmo concludere che ognuno deve poter essere felice a modo suo, senza costrizioni e senza ledere la libertà altrui; ma siamo davvero sicuri che la libertà di ognuno confini con quella degli altri o non è forse vero che può fiorire solo in un campo comune?

Non è cosa di poco conto allora pensare alla crescita del numero e dell’importanza dei robot nel nostro mondo sempre più mineralizzato, un incontro difficile tra una dimensione liberatrice (meno lavoro per gli uomini) e una di asservimento (disoccupazione, dominio del lavoro morto su quello vivo, componente minerale contro componente biologica).

Guardiamo da vicino alcuni recenti episodi sintomatici. Il primo è quello delle api meccaniche. In questi giorni è stato reso pubblico che l’AIST di Tsukuba, in Giappone, sta lavorando alla produzione di droni impollinatori che prenderanno il posto delle api, sterminate dal modo vigente di produrre merci, organiche, minerali o immateriali che siano.

Il secondo episodio è la storia di Zheng Jiajia, un giovane ingegnere cinese che a 31 anni ha coronato il suo sogno di una perfetta mogliettina costruendosene una. Nasce così Yingying, “adorabile” robot che inaugura, nemmeno a dirlo, una nuova linea di automi coniugali.

Il terzo è un caso di lavoratore modello. Un muratore forte e preciso, che impila mattoni come 2-4 dei suoi colleghi, e non dimostra nemmeno di affaticarsi. Il suo nome è Sam, ed è – indovinate? – un robot della Construction Robotics, nuovo desiderio d’ogni impresa edilizia. Gli automi quindi non solo penetrano nei settori più sofisticati dell’economia ma anche in quelli manuali e tradizionali.

Gettiamo un rapido sguardo in Italia. Siamo in provincia di Piacenza, per l’ultimo caso simbolo: il centro di distribuzione di Amazon. Nell’ultimo anno sono state acquistate on line oltre 120 milioni di merci materiali. Un enorme dispositivo digitale governa anonimamente l’orientamento della scelta, l’acquisto, il reperimento dell’articolo, e ancora i pacchetti, la spedizione, la consegna, l’incasso, tutto al ritmo infernale della consegna in giornata. Con i lavoratori, questi in carne e ossa, in preda a depressione, ansia e logorio psico-fisico.

Questi esempi sono accomunati dal fatto di ignorare tutto ciò che non risponde immediatamente alla funzione produttiva ricercata. Ciò che esiste è solo quello che è manipolabile, sfruttabile, consumabile. More solito, ma in un estremismo illuministico dai tratti inediti.

Le api, che un sistema economico depredatorio sta effettivamente portando all’estinzione, non servono solo a produrre miele, ma partecipano alla biodiversità sulla Terra, un parametro non misurabile in termini di valorizzazione di capitale.

Le relazioni affettive dovrebbero rispondere a una dimensione non toccata dalla logica servile del pulire casa, accudire l’altro, appagarne i bisogni fisici.

E ancora, se la tecnologia incrementa la disoccupazione, i ritmi di lavoro e lo sfruttamento – anziché liberare tempo di vita e alleggerire i carichi di fatica – non è evidente che non risponde alle esigenze sociali umane ma all’accumulazione di capitale?

La legge zero per regolamentare la componente robotica della società, che regge la razionalità di tutta la relativa normativa, è allora auto-contraddittoria perché importa nella sfera socio-macchinica quell’individualismo che solo nella società di massa alienata può esprimersi appieno.

Un robot non può recare danno all’umanità, né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, l’umanità riceva danno. La teoria del “grand’uomo” che diventa una teoria del “gran robot”, per alcuni versi: e viene in mente, invece dell’ingegnere cinese che si costruisce la moglie, l’ingegnere di Resina che prospettava la vittoria della vita sulla mineralizzazione del pianeta, il vecchio Amadeo Bordiga, che inquadra la cosa come “teoria del battilocchio”, personaggio che attrae gli sguardi altrui ma palesa la propria vuotaggine. E allora non c’è probabilmente da guardare a un futuro con eroi che difendono o salvano la vita associata sul pianeta, ma al contrario ripensare a monte quest’ultima, come società senza battilocchi: umani o robotici che siano.

[Mario Lupoli]

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