L’economia dell’a(c\s)cesso – Parte I

Un composito ventaglio di nuove possibilità, dai viaggi in Blabla car ai soggiorni in AirBnb, si è aggiunto da qualche tempo alla nostra quotidianità sotto l’onnicomprensivo nome di sharing economy. Questo contributo in due parti prova a chiarire la natura e gli effetti di tali pratiche inquadrandole nella cornice analitica dell’analisi dei sistemi-mondo.

Shareconomy

Sharing economy (letteralmente: economia della condivisione) è un’espressione terminologica molto recente ma dall’origine incerta – alcuni ne rintracciano l’emergere nei primi anni 2000, altri ne attribuiscono la paternità a Lawrence Lessig nel 2008 – ed utilizzata più frequentemente in ambito giornalistico che accademico, dove si sta cercando di pervenire, con scarso successo, ad una sua definizione. La problematicità del termine risiede nella vaghezza con cui esso pretende di raccogliere un insieme in realtà ben diversificato di pratiche socio-economiche – dal download di file via Internet ai viaggi in Blablacar, dai soggiorni AirBnb alle consegne di cibo a domicilio con Foodora – nonché nell’accostamento stesso delle parole economia e condivisione, dal momento che questa galassia di rapporti sociali implica quasi sempre una transazione in denaro o altri benefits che va a scapito di una condivisione autentica e disinteressata. In effetti risulta difficile, se non errato e contraddittorio, pensare che una struttura sociale complessa ed economicizzata come quella contemporanea possa essere trainata anche solo in parte dal principio anti-economico della condivisione, caratterizzato dalla mancanza di rapporti di proprietà. 

Casistica 

Il modo più concreto per capire la sharing economy è enumerare le pratiche a cui essa viene comunemente associata. Rientrano in una casistica non esaustiva:

1) locazioni, noleggi e affitti: ovvero il godimento di un bene (immobile o mobile) che non implichi il trasferimento della proprietà ma solo l’accesso temporaneo ad esso.
Utilizzando il lessico della sharing economy, nel settore immobiliare si parla dunque di house sharing per la locazione di abitazioni, stanze e posti-letto, di park sharing in riferimento ai posti-auto e di co-working spaces per quanto riguarda l’affitto di spazi lavorativi utilizzati contemporaneamente da più aziende o professionisti. Per i beni mobili, i casi più rilevanti riguardano il noleggio di mezzi di trasporto – principalmente, ma non esclusivamente, automobili (car sharing) e biciclette (bike sharing) – ed il ride sharing, ossia il noleggio di posti disponibili su un veicolo privato per una certa tratta di viaggio. Tuttavia, al di là dei mezzi di trasporto, il noleggio può applicarsi ad ogni altra tipologia di bene mobile;

2) compra-vendita dell’usato: ossia la cessione definitiva di un qualsiasi bene (riuso) e il trasferimento permanente della sua proprietà verso il beneficiario;

3) lo skill sharing: cioè l’erogazione di prestazioni lavorative da parte di privati non-professionisti verso altri privati o aziende. Principalmente si tratta di consegne a domicilio, lezioni private, giardinaggio, baby-sitting, dog-sitting, web e graphic-design, ristorazione, ricezione turistica e altre faccende quotidiane;

4) il crowdfounding: raccolta fondi e finanziamento collettivo di prodotti, progetti ed eventi;

5) il file sharing: condivisione informatica di beni digitali (download, software open-source, streaming) ed informazioni (social network, blog, self-publishing, crowdsourcing, siti web e motori di ricerca).

Come si può notare, nessuna di queste attività – ad eccezione del file sharing, la cui origine è ovviamente legata ai più o meno recenti sviluppi nelle ICT – rappresenta una novità assoluta: affitti e noleggi di qualunque bene sono sempre stati possibili, così come ad esempio fare del volontariato in cambio di vitto e alloggio o finanziare collettivamente una buona causa. Piuttosto, a rendere peculiare questa casistica e a giustificarne, sebbene impropriamente, il collegamento con la sharing economy è la sua dimensione essenzialmente digitale. Si parla di sharing economy, infatti, solo quando i rapporti socio-economici di cui sopra, anziché svolgersi in maniera tradizionale, vengo abilitati, e cioè resi disponibili, da piattaforme online che, pur facendo quasi sempre capo a vere e proprie aziende, non sono proprietarie degli assets scambiati, detenuti invece dagli utenti messi in contatto da questi portali. AirBnb, ad esempio, è un’azienda che per fatturato è tra i principali protagonisti della sharing economy ma non possiede nemmeno una stanza d’albergo. Lo stesso dicasi per Uber, colosso del settore dei trasporti pur senza detenere alcun veicolo, o per eBay, gigante del mercato dell’usato che non possiede alcune delle merci messe in vendita. Anche per quanto riguarda i vari portali dedicati allo skill sharing (Workaway e TaskRabbit, per esempio), la retribuzione dei lavoratori non spetta quasi mai all’azienda abilitante ma direttamente ai consumatori. La principale funzione dei portali online, dunque, non è fornire direttamente i beni o i servizi bensì mettere in contatto gli utenti dal lato della domanda e dell’offerta.

 

Terminologie ed aspetti

A causa della sua scarsa validità euristica, la locuzione sharing economy viene spesso associata, sostituita e confusa con un ventaglio di altre formule terminologiche.

Matrice sharing economy consumo collaborativo

Matrice del consumo collaborativo
con esempi di piattaforme digitali
(Fonte: collaboriamo.org)

Consumo collaborativo è probabilmente la più antica e la più frequente tra le etichette associate alla sharing economy. Coniata da Spaeth e Felson nel 1978 in riferimento a quei rapporti economici alternativi alla classica compra-vendita di beni e servizi in denaro, essa include il baratto, l’affitto, il prestito, lo scambio, l’accesso temporaneo e il riuso, ovvero tutte modalità che mirano ad una più efficiente allocazione dei beni e all’ottimizzazione del loro ciclo di vita attraverso transazioni mediate dal denaro o da altri benefits, rappresentando dunque una parziale alternativa al modello consumistico predominante negli anni ’50, ’60 e ’70. Il consumo collaborativo, quindi, definisce un aspetto molto importante delle pratiche riportate nella nostra casistica: ognuna di esse, infatti, rimedia alla condizione di sotto-utilizzo di certi beni, che siano essi auto ferme, parcheggi o stanze vuote, persone disoccupate o risparmi non ancora investiti in una buona causa.

Tuttavia, pur illustrando un aspetto essenziale della cosiddetta sharing economy, il consumo collaborativo non basta ad esplicarla, giacché ne ignora la dimensione produttiva e poiché include fenomeni che, come abbiamo già notato, sono antecedenti ad essa e dunque non peculiari. Ciò, di conseguenza, esclude anche l’appropriatezza della locuzione economia dell’accesso: pur essendo vero che stiamo assistendo ad un aumento relativo dei rapporti di noleggio e affitto (accesso), ciò non basta ad identificare la sharing economy, dato che già in passato questi rapporti costituivano una parte consistente dell’economia e poiché essa include ancora rapporti di compra-vendita (riuso).

Piuttosto, come si è detto, a rendere davvero peculiare la nostra casistica è la sua dimensione digitale. A proposito di questo aspetto, si suole spesso commettere due errori molto comuni. Primo, identificare ogni transazione online con la sharing economy: non è così, perché un requisito essenziale è che la piattaforma utilizzata non sia proprietaria degli assets ricercati. Enjoy, ad esempio, è un’azienda molto spesso annoverata nel campo del car sharing, ma non dovrebbe esserlo perché, se è vero che noleggia tramite un’apposita piattaforma digitale automobili condivise da molti utenti, queste sono di sua proprietà, proprio come nel caso di un normale autonoleggio. Il secondo errore consiste nell’identificare l’economia digitale della condivisione con il modello della peer-to-peer economy, espressione traducibile con economia tra pari e che allude a quelle transazioni che, contrariamente al classico modello azienda-cliente, coinvolgono direttamente due o più soggetti in condizioni di parità. Qui l’errore è duplice. Se accostato alla sharing economy, infatti, tale modello ignora che dietro l’utilizzo di una piattaforma digitale c’è quasi sempre il coinvolgimento di un’azienda il cui scopo è esattamente gestire, valorizzare e mettere a profitto l’incontro stesso tra domanda e offerta degli utenti attraverso un sistema di sottoscrizioni, abbonamenti, provvigioni percentuali su ogni transazione finalizzata e pubblicità. Essendo questo l’unico aspetto comune a tutta la casistica, e rappresentando l’unico elemento di vera novità, sembra allora più opportuno parlare di  internet-based o new digital economy. In senso più generale, inoltre, il modello peer-to-peer ignora che per definizione l’economia non può essere tra pari: ogni rapporto economico implica sempre una domanda (quella del consumatore-cliente) ed un’offerta (quella del produttore-fornitore) e quindi due posizioni essenzialmente diverse, anche se giuridicamente equivalenti. Ed il fatto che in un ipotetico rapporto successivo le parti possano capovolgersi non giustifica l’idea di una supposta parità. Piuttosto, ciò che si registra nella sharing economy è l’ibridazione.

In questi rapporti, infatti, il tradizionale binomio professionista-cliente lascia spazio a figure ibride: i free-lancer e i prosumer, ossia individui che nel tempo libero si improvvisano autisti, ristoratori, noleggiatori dei più disparati beni, albergatori, scrittori, fattorini, investitori o quant’altro in cambio di piccoli compensi e che, consumando il servizio, contribuiscono anche a crearlo, ad esempio attraverso la pratica del feedback. Quest’aspetto, a livello terminologico, è meglio riflesso dalle espressioni gig economy ed economia on-demand, laddove i termini gig e on-demand, traducibili con lavoretto e a chiamata, rendono bene l’idea di un insieme economico che si affida sempre più a forme di lavoro e guadagno iper-flessibili, precarie e non regolamentate. Secondo alcune stime, nel 2020 il 50% della forza lavoro negli USA sarà freelance. Da questo punto di vista, la sharing economy sta dando filo da torcere alle categorie professionali che vivono di quelle attività (tassisti e albergatori su tutti) così come alle politiche sul lavoro e alla sua giurisprudenza, i cui ritmi sono infinitamente più lenti di quelli delle transazioni online con il risultato che, di fatto, si riscontra un grave e costante vuoto legislativo. Sono significativi, a questo proposito, il caso di Uber, famoso servizio di ride-sharing che in Italia è stato più volte bloccato dai Tribunali di  Milano e Torino con l’accusa di concorrenza sleale verso la categoria dei tassisti, e di Foodora, servizio di consegne a domicilio i cui fattorini sottopagati sono stati licenziati insieme ad alcuni dipendenti d’ufficio in seguito ad uno sciopero, nonché gli effetti gentrificanti di AirBnb sul mercato immobiliare globale. Tuttavia, anche in questo caso non si riscontra una novità assoluta, laddove lo sfruttamento del lavoro (nelle forme del lavoro a cottimo o del lavoro nero) costituisce un fenomeno antico e purtroppo consolidato.

In conclusione, se è vero che l’espressione sharing economy risulta vaga e contraddittoria, anche le formule terminologiche alternative o complementari qui passate sommariamente in rassegna, se considerate isolatamente, non riescono a dar conto del fenomeno nella sua complessità, fornendo nel migliore dei casi descrizioni parzialmente adeguate solo sotto certi aspetti. È soltanto tenendo insieme ciò che ognuna di esse riesce ad indicare che ci si può rendere conto della complessità soggiacente a fatti apparentemente banali come un passaggio con Blabla car e alla trivialità di quella rappresentazione chiamata sharing economy.

To be continued…

 

[Stefano Oricchio]

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