L’economia dell’a(c\s)cesso – Parte II

Più che un fenomeno reale ed omogeneo, la sharing economy è una rappresentazione. I rapporti socio-economici comunemente associati a questa espressione non presentano alcuna peculiare novità né caratteristica comune al di là dello spazio digitale su cui esse si stanno sviluppando. Tuttavia, nonostante la sua inadeguatezza euristica, possiamo interessarci alla sharing economy dapprima in riferimento alla sua dimensione rappresentativa, ossia in quanto esito di un processo cognitivo collettivo finalizzato a dare un senso ad una realtà percepita come nuova e, in secondo luogo, per valutare quali siano le conseguenze socio-economiche delle pratiche associate ad essa.

Una rappresentazione sociale geoculturale

Un’indagine statistica svolta nel Dicembre 2015 negli USA rivela che solo il 27% del campione conosce il termine sharing economy e che, nel descriverlo, il 40% dei rispondenti enfatizza la dimensione socializzante del fenomeno a scapito dell’aspetto economico, intendendolo alla lettera come  un atteggiamento caritatevole volto ad aiutare chi si trova in una situazione di bisogno tramite la condivisione di un bene. Se questi dati sembrano richiamare con una certa evidenza le teorie lacaniane sul linguaggio inteso come insieme di significanti che producono significati, piuttosto che rispecchiarli, una ricerca italo-iberica condotta nel Maggio 2016, invece, individua nella causa ambientalista e nel vantaggio economico le principali motivazioni per cui le persone usufruiscono (sia in quanto lavoratori che consumatori) delle piattaforme digitali della sharing economy, a scapito della retorica solidale e comunitaria che risulta più popolare in America. Tuttavia – come può risultare evidente in seguito una veloce rassegna dei numerosi articoli, documenti e materiali promozionali disponibili online – il supposto spirito di convivialità e comunità che caratterizzerebbe i rapporti della sharing economy continua a costituire uno dei vantaggi competitivi del settore.

AirBnb homepage

Figura 2 Home page di AirBnb.com

Nel complesso, la rilevanza attribuita a questi tre aspetti – comunitarismo, ambientalismo ed economicismo – nella percezione della sharing economy sembra segnalare che questo processo collettivo di costruzione della rappresentazione si trovi, per dirla con Moscovici, nella fase di ancoraggio. Sembra infatti che la collettività stia costruendo l’economia della condivisione, intesa come categoria concettuale, sulla base del suo grado di aderenza o distacco rispetto ad un prototipo meglio noto, che in questo caso è presumibilmente dato dalla congiuntura economica post-bellica, tradizionalmente percepita come alienata, dannosa a livello ambientale e basata sul binomio lavoro salariato\consumo, tanto nella sua fase fordista che toyotista.

Posto che la nozione wallersteiniana di geocultura indica un insieme di rappresentazioni universalizzanti volte ad accettare il cambiamento sociale senza che questo metta in discussione il presupposto di accumulazione di capitale ed i suoi particolarismi, può la sharing economy essere considerata una rappresentazione geoculturale? La risposta sembra essere chiara: se da un lato risulta effettivamente difficile negare che stiamo assistendo ad un certo cambiamento nel modo di produrre, scambiare e consumare beni e servizi, dall’altro non si può negare che tutto ciò, non avendo nulla a che fare con i principi anti-economici della condivisione, lascia intatto l’obiettivo di accumulazione incessante che anzi, da questa rivoluzione digitale più formale che sostanziale, trae nuove opportunità che sono oggetto del prossimo paragrafo.

All’origine di una tale distorsione rappresentativa potrebbe esserci l’impatto iniziale di quella stessa rivoluzione digitale che ai suoi esordi, e in misura minore tutt’oggi, sembrava effettivamente scalfire le possibilità di accumulazione, quantomeno in certi settori – come quello, tutt’altro che marginale nel cosiddetto capitalismo della conoscenza – dell’industria culturale. L’architettura peer-to-peer della rete Internet, infatti, rende effettivamente possibile una vera pratica di condivisione, ovvero la creazione, il consumo e la circolazione gratuita di informazioni e beni immateriali, anche se coperti dai diritti d’autore. Il graduale contenimento e la criminalizzazione di questa pratica, significativamente battezzata come pirateria informatica, rendono evidente come il processo di formazione di una rappresentazione sociale sia influenzato dall’impatto iniziale dei primi momenti, senza particolari riguardi per i successivi sviluppi. La battaglia legale nei confronti della pirateria informatica ha infatti portato alla regolamentazione della condivisione online, trasformando gradualmente le sue piattaforme in servizi legali perché a pagamento, si pensi a Netflix ed iTunes. Tanti cambiamenti, dunque, per non far cambiare nulla, proprio come vogliono i dettami geoculturali del sistema-mondo moderno. I successivi sviluppi della rivoluzione digitale nelle applicazioni della sharing economy, pur portando con sé l’umiliazione del lavoro, del tempo libero e del significato della parola condivisione, continuano tuttavia ad essere percepiti ed elaborati sull’onda di quell’entusiasmo iniziale di stampo liberal-marxista. Con le dovute distinzioni, sembra quasi di rivivere la rivoluzione francese che, con i suoi proclami universali di libertà, uguaglianza e fraternità, si risolse in una conservazione più entusiastica e rafforzata del capitalismo e dei suoi particolarismi.

Effetti socio-economici sulle temporalità dell’economia-mondo capitalista

In quanto struttura sociale storicamente determinata, l’economia-mondo capitalista è caratterizzata, nell’opera di Wallerstein, da una temporalità nella quale si possono distinguere trend secolari e ritmi ciclici. L’ipotesi di questo paragrafo conclusivo è che la nuova economia digitale – ovvero la sharing economy, non più intesa sotto il profilo rappresentativo ma come insieme concreto di fenomeni socio-economici resi possibili dall’avvento di Internet – riesca ad intervenire sulle temporalità del sistema sociale in questione, procrastinando il raggiungimento del punto di asintoto nei trend secolari e contribuendo al rinnovamento dei ritmi ciclici. I trend secolari che prenderemo in considerazione sono l’espansione geografica, la proletarizzazione e la mercificazione, strettamente connessi al qui discusso ritmo ciclico della crescita economica.

Quest’ultima, secondo Wallerstein, è trainata da settori-guida che nascono periodicamente nel centro del sistema come semi-monopoli per poi aprirsi gradualmente alla libera concorrenza: l’arrivo di nuovi produttori, tuttavia, comporta l’aumento percentuale della forza-lavoro salariata (proletarizzazione) e, dunque, l’aumento dei costi e la caduta dei saggi di profitto. Per questo motivo, ad un certo punto, tale settore viene delocalizzato (espansione geografica) in una qualche (semi)periferia dove può continuare ad estrarre nuovo valore sfruttando una forza-lavora più economica, spesso non salariata. Questo rimedio, tuttavia, può durare soltanto finché nel nuovo territorio non si inizi a verificare quanto già accaduto nel centro, ossia l’entrata nel mercato di produttori in concorrenza e la proletarizzazione di operai sempre più numerosi. La ciclicità della crescita economica, un aspetto già teorizzato dall’economista Kondratieff, in Wallerstein trova dunque un limite nei trend dell’espansione geografica e della proletarizzazione. Cosa succede, infatti, quando tutte le (semi)periferie in cui estrarre plusvalore diventano sempre più concorrenziali e proletarizzate e, quindi, più costose e meno utili alla crescita del sistema? Wallerstein ritiene che questo momento segni l’inizio della crisi sistemica e che solo la nascita di un nuovo settore-guida (trend della mercificazione) più avanzato e remunerativo possa procrastinare temporaneamente l’inevitabile fine del gioco di accumulazione. Alla luce di questo quadro analitico, che significato si può attribuire all’economia digitale?

In quanto spazio virtuale, la rete Internet e il suo sviluppo nelle attività della cosiddetta economia della condivisione hanno fornito al capitalismo una serie di nuove opportunità grazie alle quali il raggiungimento dell’asintoto nei trend secolari dell’espansione geografica e della proletarizzazione può dirsi rimandato, o forse eluso del tutto. A titolo esemplificativo, prendiamo in considerazione il settore turistico e mettiamo a confronto  il suo modello economico tradizionale con quello di AirBnb.  Gli hotel Hilton, ad esempio, nascono negli anni Venti del Novecento in America, per poi espandersi negli anni ’50 in tutte le principali città del centro come nuovo settore-guida della società post-industriale. A partire dal decennio successivo, però, l’avvento del turismo di massa – sintomo di un’economia in fase di espansione – costringe l’oligopolio turistico alla sua democraticizzazione: nascono altri alberghi, il numero dei dipendenti salariati aumenta e i profitti del settore calano. Tuttavia, l’industria turistica nel suo complesso ha potuto procrastinare la sua crisi espandendosi nelle periferie, dando avvio alla costruzione di resort e alberghi in cui impiegare una popolazione ben disposta ad accettare un salario molto più basso di quello medio nei Paesi centrali.  Ciononostante, dopo un certo periodo di tempo, anche nelle periferie la lotta politica dei lavoratori e la concorrenza dei nuovi produttori risultano in un nuovo, inevitabile, crollo dei profitti. AirBnb, invece, non solo non possiede alcun locale fisico – il che, si capisce, già annulla enormi costi di costruzione e gestione –  ma inoltre non proletarizza i suoi dipendenti: al contrario, li trasforma in quelli che sembrano imprenditori part-time ma che in realtà sono semi-proletari, la classe più amata dal capitalismo perché capace di abbassare il costo di riproduzione (salari) del proletariato proprio perché percepisce una forma di reddito che non è salariale. In questo quadro, il settore-guida non è più il turismo, ma la comunicazione del turismo, e lo spazio interessato non è più quello del centro e della periferia bensì quello virtuale di Internet. In fin dei conti, AirBnb guadagna facendo incontrare domanda ed offerta sulla sua piattaforma digitale: quale miglior modo per eludere i limiti di un’offerta materiale, localizzata e concorrenziale se non quello di porsi al di sopra di essa in uno spazio etereo, immateriale e difficilmente concorrenziale? Internet, in quanto spazio comunicativo virtuale senza confini, elimina la concorrenza nell’attuale settore-guida della comunicazione mercificata: che senso avrebbe creare un portale simile ad AirBnb se questo accoglie già utenti da tutto il mondo? Tentativi del genere non possono che fallire.

Tuttavia, se il ritmo ciclico della crescita economica può fare qualche altro giro grazie all’allontanamento dell’asintoto nell’espansione geografica e nella proletarizzazione, l’esaurimento del trend della mercificazione appare sempre più vicino. Wallerstein annunciava la mercificazione di ogni cosa già nel 1983. La cosiddetta economia della condivisione sta portando a compimento questo processo. Dalla comunicazione al passaggio in auto con un amico, dall’aiuto volontario al tempo libero, tutto deve rientrare nella logica del mercato. Non è un caso che la sharing economy sia emersa sempre più visibilmente in seguito alla crisi economica dei primi anni duemila. Resta da chiedersi cosa verrà mercificato dopo la prossima fase di recessione.

 

[Stefano Oricchio]

 

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