Subway™

La metropolitana, intesa sia come stazione che come mezzo, esemplifica l’ambiguità di un tempo in bilico tra la libertà di circolazione e rigide norme cui adeguarsi. Bloccata in questa dialettica, la metro è solitamente percepita come uno spazio puramente funzionale, in cui calarsi solo nella veste di passeggeri o addetti ai lavori, senza alcuna sintesi possibile.

Ma che succederebbe se si rovesciassero queste due premesse? Cosa accadrebbe se si vivesse la metro come spazio di libertà assoluta? E se non la si usasse solo come mezzo di trasporto o luogo di lavoro?

Il film Subway (Luc Besson, 1985) sembra voler affrontare la questione.

#dietrolalineagialla

La storia, quasi interamente ambientata nel metrò parigino, è quella di uno scanzonato gruppo di rapinatori che svolgono la propria attività sfruttando il mondo suburbano sia come via di fuga che come rifugio. Nel farlo, sovvertono le regole comportamentali e i vincoli spaziali su cui si basa l’utilizzo protocollato del mezzo (da parte del) pubblico, attraverso una serie di escamotages che gli permettono di vivere una dimensione del metrò che al normo-passeggero resta negata. Nascondendosi  nelle intercapedini dei tunnel  o saltando da un binario all’altro, i protagonisti perfezionano la loro fuga immergendosi in spazi solitamente preclusi all’utenza perché riservati agli addetti ai lavori o, al contrario, vivendo quelli normalmente aperti al pubblico, come le banchine di attesa, in modo radicalmente diverso.

Subway skater
Una scena del film #oltrelalineagialla

Vivere la metro come spazio di pura libertà, in effetti, è possibile: in fin dei conti basta ignorarne le regole come fanno i protagonisti di Subway. Ma a che prezzo? Quello di una multa, se la regola riguarda il biglietto. Ma se ad essere infrante sono le norme fondamentali della struttura, come quelle che delimitano il campo dell’utenza o che lo distinguono da quello della amministrazione? Il finale del film parla chiaro, evidenziando quale sia il costo di una tale scelta.

Subway ci parla dunque della nostra esperienza quotidiana al rovescio, ipotizzando l’impossibile sovversione di uno spazio funzionale che di fatto non può avvenire, pena la fine dell’individuo o della struttura stessa. Ma, mettendo da parte velleità rivoluzionarie, si può pensare di vivere la metropolitana come uno spazio non necessariamente funzionale allo spostamento (o alla propria sopravvivenza, se lì si ha il proprio posto di lavoro)? Cos’altro si può fare in metro, oltre a prendere il treno o lavorare?

Una prima risposta – palesata dall’esistenza stessa di un film come Subway,  ma anche da un’infinità di altri video professionali, amatoriali e virali – è che la metro, proprio in quanto spazio eminentemente funzionale, si presta bene come location e scenario artistico. E’ lì nell’underground, ad esempio, che la street art ha mosso i suoi primi passi ed è lì che trova ancora terreno fertile, magari a suon di stickers ed hashtag, come nel caso di #Erbottonedaametro. Un terreno così fertile da rendere la metro stessa – come vuole la più recente tendenza, da Napoli a Stoccolma –  un’istallazione artistica, un’estetizzazione della politica (dei trasporti):

Ma la metro è anche una miniera di materiale codificato ed un crocevia di umanità. Oltre ad essere impiegati a mò di location artistica, stazioni e vagoni sotterranei possono anche essere intesi come punti di osservazione privilegiati, perché isolati dalle distrazioni dell’esterno. Senza scomodare l’etnologo nel metrò di Marc Augé, qualunque semplice pendolare, disalienandosi per un attimo dalle proprie faccende, potrebbe sfruttare la metro come una cabina che, mentre lo isola dall’esterno, gli offre un’infinità di materiale inanimato ed umano da osservare. Basterà alzare lo sguardo dallo smartphone per un attimo e diventerà automatico guardare gli altri e chiedersi chi siano, dove vadano e perché, mettendo in moto un’immaginazione attiva ben diversa dalla ricezione passiva di una newsfeed scrollata.

Dopo averci parlato della nostra quotidianità al rovescio, il Besson di Subway torna dunque sul binario della normalità, invitandoci, stavolta, ad apprezzare la ricchezza nascosta nella apparente monotonia della metro.

[Stefano Oricchio]

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