Caprywriting

Se a Carpi ci vai solo se ci devi andare, a Capri ci vai anche per niente, alla ricerca di qualcosa. Il fascino del suo nome si porta appresso la condizione dell’isola di fronte a Parthenope che rapisce per la sua bellezza.

Qual è la vera Capri? Forse Anacapri. Così mi avevano detto. Aspettiamo un pullmino limitato di posti, in aderenza alle condizioni morfologiche che decidono del traffico. Appunto, data l’affluenza per il precedente, lo aspettiamo per 30 minuti in cui sondiamo il freno ad orologeria che decide dei tempi del posto. Una barra di metallo sull’asfalto segnala quanto andare indietro, nella retromarcia a L che indica il posizionamento del bus e validiamo il nostro biglietto di corsa singola.

Ci inerpichiamo per i colli capresi e in meno di 20 minuti siamo ad Anacapri. Ci aspettava la musica in filodiffusione che i comuni isolani riuniti propongono a clienti e residenti dell’isola. La litania dei canti di Natale che incorniciano lo shopping natalizio: ed è subito centro commerciale. Nessuna controindicazione all’umore dei residenti che sembrano sapersi integrare nel nuovo paesaggio sonoro del centro. La modifica è così subdola che non fa riflettere. Il numero degli altoparlanti disposti per l’operazione confezionamento sonoro in paesaggio visivo è quello delle grandi occasioni: più che un tappeto sonoro, un vero e proprio festone.

Apprezziamo i prezzi leggermente inferiori e il clima puramente paesano che si respira intorno, sebbene contaminato dal turismo di ritorno nell’isola. Ottimi i dolci, buono il caffè, passeggiare per il centro, tra la chiesa di San Michele e quella di Santa Sofia, è piacevole e suggerisce riposo. Cessato l’orario di lavoro, il panorama sonoro è tutt’altro.

Capri la visitiamo che piove al punto da specchiare tutto nel grigio di una fioca perturbazione. Arriviamo che già la vedi diversa. Forse già la conosci che in fondo quasi te l’aspetti: quel centro fatto a mo’ di shopping mall d’alto registro che infiamma il cuore di tutti i visitors, finalmente a casa – sebbene spiazzati dal contesto. Due stagioni definiscono il ciclo di vita, almeno economica, dell’isola: autunno-inverno quella prescelta non perché più autentica, ma perché almeno più tranquilla. L’altra festeggia la primavera a suon di collezioni imperdibili che segnano sempre nuove stagioni. Il tempo che intercorre tra le due definisce interventi di restyling o deciso abbandono fino ad altra data, quella affissa al portone.

E poi Capri e quell’accortezza da set fotografico che permette a tutti di farsi una foto tra i faraglioni, proprio lì, sulla scalinata dei giardini di Augusto. Quando la fotografia avanza le sue pretese architettoniche. Impagabile il telescopio vista faraglioni a 50 centesimi che, pur non mettendo a fuoco, ti fa vedere quello che altrimenti non avresti potuto vedere.

Così, per ripararci dalle gocce leggere attraversiamo la Certosa di San Giacomo con il museo e le sale dedicate al pittore tedesco Karl Wilhelm Diefenbach. Potrebbe essere un contesto diverso ma si capisce fin da subito che è mantenuto e basta. Non resta che perdersi per le viuzze dell’isola a tempo determinato, tra un fortuito senso dell’orientamento e la segnaletica imbrogliona dei pannelli informativi.

Raggiungiamo infine il porto di Capri in discesa pedonale, evitando il ricorso della funicolare, altra giostra del parco di divertimenti del Tirreno. E facciamo ritorno a Napoli, insieme a tutti quei turisti da Gennaio che affollano l’aliscafo.

Il racconto ci insegna che siamo tutti dei bambini di un luna park a misura di tutti purché versati i 2.50 euro dell’ingresso.

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