99/99/9999

Lo scorso venerdì 16 marzo l’Università degli Studi di Napoli Federico II ha ospitato la presentazione del libro di Annino Mele “Mai. L’ergastolo nella vita quotidiana”.

L’incontro è stato introdotto da Francesca de Marinis, dottoranda di ricerca presso lo stesso Ateneo e membro di Antigone Campania, la quale ha sinteticamente illustrato le attività di monitoraggio e denuncia del sistema penitenziario che da anni impegnano l’associazione. Antigone, peraltro, è solo una delle tante realtà territoriali che hanno dato vita ad un’apposita assemblea cittadina sul tema.

Subito dopo, la parola è passata all’autore del libro, il quale, con la semplicità degli aneddoti di vita ordinaria, attraverso l’evocazione di gesti ed immagini abituali, ha riempito di significato ogni particolare apparentemente superfluo legato alla quotidianità all’interno del carcere, perché è proprio dietro questi dettagli che si nasconde tutto il suo carattere afflittivo e prevaricatore. Anche il tono di voce particolarmente basso di Mele non è casuale, ma è giustificato dalla lunga detenzione e dalle rare occasioni di confronto verbale che in quell’ambiente si creano, ad ennesima dimostrazione di quanto il carcere sia capace di segnare profondamente la vita dei ristretti non solo nello spirito, ma anche nel corpo, totalmente disabituato a certi suoni, odori o movimenti.

La forza evocativa delle parole dell’autore è riuscita a restituire tutta la crudezza e la freddezza burocratica della realtà penitenziaria, la quale ha dimostrato – e dimostra tuttora – il suo massimo fallimento non solo nella dimensione intramuraria, ma anche e soprattutto all’esterno, al momento dell’uscita dal carcere per chi è ormai giunto al termine del suo percorso rieducativo. È proprio in questa fase che dovrebbe testarsi la tenuta di quella finalità di reinserimento sociale cui fa riferimento l’art. 27, terzo comma, della Costituzione, mentre ciò che si registra nella realtà dei fatti è solo un grande vuoto da parte dello Stato. Non è un caso, infatti, se, come sottolinea Mele, quel senso di disorientamento e di estraneità al corpo sociale, che accompagna gli ex detenuti (soprattutto ergastolani graziati) quando lasciano gli istituti di pena, li induce quasi a desiderare il rassicurante ambiente carcerario o, peggio ancora, la morte.

Ci sono poi condannati ai quali, invece, non è riconosciuta alcuna possibilità di reinserimento. Si tratta dei cosiddetti “ergastolani ostativi”, esclusi dall’accesso ad ogni tipo di beneficio, per i quali vale letteralmente la dicitura “mai” posta accanto alla voce del “fine pena”, condizione tradotta numericamente dai sistemi informatici nell’inverosimile data  del 99/99/9999. Sono loro quelli che Mele definisce “i sepolti vivi”, detenuti per i quali la totale assenza di prospettive al di fuori del carcere alimenta un quotidiano senso di apatia e di passiva accettazione dello stato delle cose.

Il secondo relatore dell’incontro, l’avvocato Domenico Ciruzzi, ha rimarcato l’assoluto carattere fallimentare dimostrato dall’istituzione carceraria nel corso del tempo, riflessione avvalorata dalle percentuali di recidiva rilevate, le quali, non a caso, diminuiscono drasticamente in presenza di misure alternative alla detenzione o di soluzioni comunque extramurarie. Nel suo intervento Ciruzzi ha messo in evidenza come dagli anni Novanta in poi, al termine di una lunga stagione di lotte sociali che hanno visto coinvolta la stessa popolazione carceraria, si sia registrata una radicale inversione di tendenza tuttora perdurante. Ancora oggi, infatti, il legislatore, preoccupato di rassicurare un’opinione pubblica sempre più fuorviata dalla continua falsificazione massmediatica dei fatti di cronaca, mostra di prediligere le vie del giustizialismo e della repressione penale a quelle del garantismo e del riconoscimento dei diritti fondamentali dei detenuti.

In questa stessa direzione si è orientato anche il contributo del Professore Sergio Moccia, ordinario di diritto penale presso la Federico II. Questi ha denunciato l’assenza di una seria politica criminale che sia in grado di fornire una risposta effettiva ai fenomeni criminali attraverso una più attenta considerazione degli autori dei reati e l’eliminazione a monte di quei fattori di disagio socio-economico che costituiscono ancora oggi le principali cause di criminalità. A tal fine sarebbe necessario, in primo luogo, l’impiego di risorse economiche, le quali vengono invece utilizzate per dispendiose ed inutili politiche di sicurezza.  Rispetto all’ergastolo, poi, quasi fin troppo semplice evidenziarne i profili di illegittimità costituzionale ricavabili dall’impianto personalistico e solidaristico della Carta fondamentale e, ancor di più, da quel divieto di “trattamenti contrari al senso di umanità” cui fa riferimento lo stesso articolo 27, terzo comma, della Costituzione.

L’incontro si è poi concluso con l’intervento di Sandra Berardi, dell’associazione Yairaiha onlus. La relatrice ha posto l’attenzione sulla crudeltà e sull’assoluta assenza di significato che accompagna la detenzione carceraria. Questa, infatti, troppo spesso si esaurisce in uno sterile rapporto bilaterale tra il condannato ed il suo “carceriere”, caratterizzato non solo dall’assenza di un qualsiasi contenuto rieducativo, ma anche dall’assoluta violazione di diritti basilari come quello alla salute e all’affettività. Nasce qui la necessità di decostruire nell’immaginario collettivo la validità di simili politiche securitarie e di intervenire con azioni concrete per arginare le sempre più frequenti dinamiche di esclusione sociale che coinvolgono sistematicamente gli strati più deboli della popolazione.

Gli spunti di riflessione offerti dai relatori e il dibattito con i presenti che ne è seguito hanno contribuito alla realizzazione di un confronto pubblico di rara profondità, dal quale sono emerse considerazioni significative che non possono e non devono essere ridotte a discorsi da “anime belle”. Simili incontri, infatti, vanno ad inserirsi in un consapevole percorso di rivendicazione comune che fa leva non solo su principi di civiltà e buon senso, tutt’altro che scontati, ma soprattutto sulla portata garantistica che dovrebbe caratterizzare il nostro sistema penale alla luce di un sempre più disatteso dettato costituzionale.

[Carol Ruggiero]

Annunci

Commenta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...