AcCoppa Italia

E’ notizia di qualche giorno fa che Matteo Salvini abbia sfoggiato un look da ultrà in occasione della finale di Coppa Italia tenutasi, come da tradizione, allo stadio Olimpico di Roma, mercoledì 9 Maggio.

In tribuna VIP erano molti i politici vestiti di tutto punto, come durante queste consultazioni per un nuovo governo che un punto di fine sembrano invece non averlo. Il leader leghista ha però voluto distinguersi, optando per un outfit sportivo: cappellino del Milan e giubbino sportivo.

Salvini ultras Milan Pivert
ultra-Salvini

Apprendo il giorno dopo, tramite un ben visibile articolo di Repubblica a firma di Paolo Berizzi, che il giubbino in questione sia un Pivert, un vero e proprio “simbolo di CasaPound” in quanto “noto marchio di abbigliamento di gran moda tra i giovani neofascisti non solo della Capitale”.

L’articolo procede spiegando che il titolare dell’azienda è un ex-attivista fascista condannato per gli scontri del 2008 a piazza Navona e che il marchio, pur evitando espliciti riferimenti alla simbologia fascista, ne abbraccia l’estetica fatta di teste rasate e Altare della Patria. Ma anche la retorica del ventennio nero sembra rivivere nel copywriting dell’azienda di abbigliamento.

Dal suo sito web, infatti, si legge che “l’uomo Pivert non è un uomo elitario, non si ritira nei piani alti di un grattacielo per osservare dall’alto verso il basso. Si sporca le mani ma non sopporta la massa, gli standard, le cose di tutti e per tutti…. L’uomo Pivert combatte, sul ring o sulla vita non fa differenza. Lui combatte: per le proprie idee, per opporsi a ciò che non gli sta bene“.

Berizzi, dopo aver riportato queste parole insulse, conclude il suo articolo insinuando che Matteo Salvini abbia – in soldoni – delle evidenti tendenze fasciste. Se ciò sia vero o meno, se ciò sia grave o no, non dovrebbe interessare affatto. Ciò di cui si ha il dover di parlare è piuttosto il seguito di questa vicenda, ottimamente riassunto da un post Facebook dell’azienda in questione:

Post Facebook Pivert
Il post con cui Pivert ringrazia la stampa per la pubblicità

Da questa comunicazione a metà tra il preoccupato e il soddisfatto, si deduce che non solo La Repubblica, ma anche altri giornali abbiano dato spazio alla vicenda, con toni velatamente critici e sinistroidi, sicuramente democratici.

Tuttavia, come ben evidenziato dal social media manager della Pivert, le osservazioni di Berizzi e Raimo non sono risultate in altro che in una strepitosa, graditissima ed inaspettata pubblicità, oltretutto gratuita. Un messaggio promozionale così efficace da bloccare un intero portale di ecommerce, che evidentemente non aveva mai sperato in un simile afflusso di paganti. Probabilmente, gli autori che hanno voluto dar spazio alla vicenda hanno sottovalutato la potenza della loro eco mediatica, finendo così per fare un gran bel favore all’azienda (e al politico) contro cui volevano inveire. La contraddizione è che, pur ammettendo che un giubbino possa davvero mettere in pericolo la democrazia (?), parlarne così significa accompagnare per mano la massa verso questa minaccia

E’ chiaro, dunque, che una critica non radicale, bensì compromessa (nel caso specifico con tutto ciò che riguarda e regola il mondo dell’editoria – peraltro online) non risulti in nient’altro che in una pubblicità a ciò che si vuole criticare. A questo punto, per evitare questa deriva, si presentano solo due possibilità: ignorare fatti del genere – trascurabilissimi – per non concedergli alcuno spazio, oppure avanzare una loro critica radicale e completa.

Ad esempio, se gli autori avessero voluto e potuto scrivere a lettere cubitali che il fascismo è una merda; che aziende simili giocano sull’intrinseca ambiguità della legge n. 645/1952 (quella sull’apologia di fascismo); che chi acquista ed indossa capi del genere è solo un pollo, un idiota che si fa abbindolare dalla retorica pubblicitaria – quella sì, profondamente pericolosa e genuinamente fascista; allora probabilmente non si sarebbe verificato quanto successo.

La vicenda può essere riassunta in altre e ben più autorevoli parole, quelle di Carmelo Bene che cita Jacques Derrida e Aristotele: “(siamo) destinati all’attualità, alla cronaca, e condannati, come sempre, all’informazione che informa i fatti senza informare mai sui fatti. Anche perché i fatti non accadono mai. Non conta la veridicità di un fatto accaduto, ma il convincimento che il messaggero di questo fatto riesce a trasmettere. I fatti non contano“.

Se non si rovescia questo destino, il rischio è che, con l’intento di salvare l’Italia, la si accoppi all’indomani della finale di Coppa Italia. E con un irrecuperabile 4-0.

 

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